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Claudio SANTAMARIA

Sì, all’amore

di Benedetta Mariani

Numero 203 - Ottobre 2019

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Arriva un altro film destinato a far successo al cinema e, soprattutto, un altro ruolo che resterà impresso nella memoria di molti. Scopriamo “Tutto il mio folle amore”


Claudio Santamaria è certamente uno di quegli attori che non risulta mai banale o scontato, infatti ogni suo personaggio nasconde in sé una verità nascosta (tutta da scoprire) fatta di gioie, dolori, paure e amore. Forse è per questo che il pubblico lo ama, perché riesce sempre a far sembrare reale ogni sua interpretazione facendo avvicinare ogni singola persona al ruolo che sta portando in scena. È questo il caso anche del suo ultimo film “Tutto il mio folle amore” che lo ha visto collaborare con uno dei più grandi registi del cinema italiano Gabriele Salvatores. Il film, ispirato al libro “Se ti abbraccio non avere paura” di Fulvio Ervas, è stato presentato fuori concorso alla 76esima Mostra del cinema di Venezia ed ha avuto una incredibile standing ovation. “Tutto il mio amore folle” è l’avventura di un padre (Santamaria) e un figlio (Pranno) che per tre mesi viaggiano attraverso l’America e si abbandonano alla vita in tutte le sue sfumature. Nella pellicola la vita di Vincent viene stravolta dall’arrivo di Willi, suo padre naturale che ha abbandonato Elena quando era incinta e che di mestiere fa il cantante da balera. Come scopriremo in questa intervista, dopo lunghi anni Willi decide finalmente di conoscere suo figlio facendo nascere così un rapporto tra i due che fino a quel momento non era mai esistito. Si tratta quindi non solo di un viaggio vero e proprio, ma anche di un percorso nei sentimenti e nei rapporti familiari che spesso sono complicati e difficili da mantenere in equilibrio. Anche stavolta Claudio Santamaria ha dato prova di essere un grande attore e di trattare ogni storia con il massimo rispetto, noi di Albatros lo abbiamo incontrato in esclusiva. -taglio- Sei il protagonista del film “Tutto il mio folle amore”, pellicola che è stata presentata fuori concorso all’ultimo festival del cinema di Venezia, che personaggio è Willi?

“Willi è personaggio davvero particolare, pensa che una notte alle 2 mi sono svegliato perché mi era venuta una folgorazione circa il ruolo; così ho mandato a Gabriele – Salvatores ndr - una foto di Modugno ed una foto mia con i baffetti, e gli ho detto ‘diamogli questa connotazione, diamogli questa identità al mio personaggio’. A lui è piaciuta l’idea, e devo dire che sono stato molto contento di aver avuto la possibilità di aggiungere questo particolare a Willi. Avere questo tipo di libertà nel cinema per me è oro, e in questo Gabriele posso dire che è un maestro, è uno dei pochi in grado di darti lo spazio di improvvisare, di creare il tuo ruolo e di mettere il tuo talento davvero al servizio del personaggio in modo che abbia una vita propria. A parte questa piccola parentesi, Willi è una persona sola che riscopre di essere un padre dopo tanto tempo.”

In che modo ti sei approcciato al personaggio?

“Ho cercato di essere quanto più cauto possibile, anche perché uno dei temi del film è il rapporto padre-figlio e l’autismo, anche se quest’ultimo non viene mai nominato perché volutamente non trattato come un ‘problema’, anche perché non lo è! Infatti Willi non sa neanche cosa sia l’autismo, e non sa che il figlio è autistico, semplicemente lo vede un po’ strambo. Così decide di portarsi questo ragazzo in viaggio, e durante le loro tappe non mostra pietà nei confronti del figlio, e proprio questo darà la possibilità a Vincent di diventare uomo e di vivere davvero.”

A proposito del rapporto padre-figlio, il tuo personaggio riscopre la genitorialità, anche perché padri non si nasce ma lo si diventa…

“Esatto, ed è proprio quello che scopre il mio personaggio il quale scappa via sedici anni prima poiché terrorizzato dall’essere padre. Probabilmente questa decisione di Willi è stata dettata dal fatto di essere stato abbandonato a sua volta; spesso questi sono schemi che si ripetono: sei stato abbandonato e abbandoni. Dopo sedici anni, però, si rende conto di dover affrontare questa paura e la fronteggia con coraggio. Grazie al rapporto che si instaura con Vincent, Willi capisce che padri si può diventare, riuscendo semplicemente a fare un piccolo passettino: ad aprire il proprio cuore ad un’altra persona, che non ci vuole fare del male, ma che è in questo caso è pronta a curare le ferite.”

Il ruolo di Vincent è interpretato da un giovanissimo e promettente Giulio Pranno, com’è stato collaborare con lui?

“Ero con Gabriele – Salvatores ndr – e l’ho incontrato per la prima volta per fare una lettura della sceneggiatura ed ho visto una persona completamente diversa da quella che mi aspettavo, infatti mi son chiesto come avrebbe fatto ad interpretare un ruolo così difficile. In scena, però, si è dimostrato un vero professionista, ha portato davanti la telecamera il suo personaggio e il suo lavoro personale, e questo ci ha dato la possibilità di improvvisare tanto nel film e di farci sorprendere l’uno dall’altro e di seguirci a vicenda quando qualcuno faceva nascere qualcosa di diverso, che non fosse scritto nel copione. Questa sintonia tra noi è stata fondamentale perché ha creato sincerità donando verità al nostro rapporto e ai personaggi stessi. Giulio non ha imitato nessuno, ha preso delle caratteristiche ed un modo di esprimersi, l’ha fatto suo ed è riuscito a tirar fuori la sua vitalità e spontaneità attraverso un codice di linguaggio che non è suo.”

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“Padri si può diventare riuscendo semplicemente a fare un piccolo passettino: ad aprire il proprio cuore ad un’altra persona, che non ci vuole fare del male, ma che è in questo caso è pronta a curare le ferite”

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