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Cindy Sherman

di Maresa Galli

Numero 203 - Ottobre 2019

Definirla semplicemente fotografa minimizza la sua arte: Cindy Sherman, performer e artista a tutto tondo, innovativa e potente come i suoi messaggi...


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Definirla semplicemente fotografa minimizza la sua arte: Cindy Sherman, performer e artista a tutto tondo, innovativa e potente come i suoi messaggi, è una delle più brillanti protagoniste dell’arte contemporanea. Nata in New Jersey, classe ’54, studia al Buffalo State College, grande fucina di artisti negli anni Settanta. Il suo autoscatto che la ritrae con il maglione arancione fa ormai parte delle immagini più famose del mondo dell’arte. Le sue opere, molto quotate, pluripremiate, sono spesso senza titolo, così da far completare la storia a chi osserva e vi si identifica. Dopo gli anni del college dedicati alla pittura, scopre la passione per la fotografia. -taglio- Con Laurie Simmons, Louise Lawler, Barbara Kruger fa parte della “Picture Generation”, la corrente artistica incentrata sulla fotografia. Oggi che tutti postano selfie, sembra meno rivoluzionario l’autoritratto concettuale targato Sherman, capace di giocare con i modelli culturali e i tipi idealizzati di eterno femminino. Come ci vedono gli altri? Come possiamo essere noi da anziani, truccati, travestiti? Prima dell’app che mostra il nostro aspetto invecchiato, la fotografa, regista e artista d’avanguardia si immaginava già con le rughe, colorata, in bianco e nero, vamp o casalinga, donna normale o diva, sottolineando la potenza dei modelli culturali. Proprio il suo corpus di opere dal titolo “Cindy Sherman: Untitled Film Still#48”, del ’79, è stato acquistato dal MOMA di New York per oltre un milione di dollari. L’artista è, insieme, protagonista e regista della serie di immagini che si rifà ai film anni Cinquanta e Sessanta, passando dal cinema hollywoodiano, soprattutto di genere noir e B-movie, al cinema europeo. Rappresentando donne sensuali, patinate, come nella serie di scatti “Centerfolds”, mette alla berlina gli stereotipi, l’ossessione della rappresentazione di sé, pur senza ritenersi femminista. Le -taglio2- sue foto non sono manipolate, sono vere, pur simulando la finzione, la recita di un ruolo, come fotogrammi di un film muto. Nella serie “A Play of Selves” mostra il gioco di “essere e apparenza” creato dallo sguardo del fotografo. Utilizza il proprio viso come tela, per dipingere diversi personaggi. Nel ciclo “Bus Riders” (pendolari), interpreta i tipi di persone che attendono un Greyhound, autobus che attraversano gli Stati Uniti e, nella serie “Hollywood”, pone l’attenzione sugli individui che hanno mancato il sogno americano. Si cimenta anche con successo nel campo della moda. Con i cicli “Fairytales” e “Disasters” l’artista ricorre ai manichini, protagonisti anche della successiva serie “Sex pictures”, che reinterpreta scene porno. Quattro decadi di lavoro senza sosta, fino a servirsi oggi di Instagram e della cultura dei social per raccontare tipologie umane diverse, gente comune nella quotidianità. “Voglio che ci siano tracce di narrativa ovunque nell’immagine così da permettere alle persone di creare la loro storia al riguardo – spiega - ma non voglio avere la mia storia e imporla a tutti. Voglio trascendere il tempo”. Di sicuro le riesce alla perfezione.





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