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Burnout generazionale

di Marco Zorzetto

Numero 264 - Ottobre - 2025

Ecco perché i Millennials e la Gen Z si sentono sempre esausti?


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Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di “burnout”, una condizione legata a stress e sovraccarico emotivo che mina il benessere psicologico e fisico delle persone. -taglio- Ma oggi questo termine assume una connotazione nuova: quella di burnout generazionale. Non si tratta più soltanto di esaurimento da lavoro, ma di una vera e propria sindrome che investe soprattutto Millennials e Gen Z, due generazioni cresciute in un contesto segnato da precarietà economica, crisi globali e pressioni sociali continue. Per capire cosa significa vivere con questo senso di stanchezza cronica e perché colpisce in modo particolare i giovani adulti, abbiamo intervistato il Dott. Michele Canil, psicologo clinico e psicoterapeuta a Treviso. Con lui abbiamo esplorato le differenze rispetto al burnout tradizionale, i fattori che alimentano l’esaurimento generazionale e le possibili strategie per affrontarlo, sia a livello individuale che collettivo. Un viaggio dentro una fragilità condivisa che ci riguarda tutti, non solo chi appartiene a queste fasce d’età. Cosa si intende esattamente per burnout generazionale e quali differenze ci sono rispetto al burnout tradizionale? “Il burnout generazionale è una sorta di disturbo da stress che le nuove generazioni vivono a causa di instabilità economica, sociale o ambientale, nonché dell’impossibilità di progettare il futuro a causa della precarietà lavorativa e personale. Il burnout tradizionale, inteso come sindrome, nasce dall’esaurimento delle risorse psichiche e fisiche e da un “eccessivo stress” rispetto al tollerabile, che può portare anche a sintomatologie gravi di tipo ansioso.” Perché i Millennials e la Gen Z sembrano più vulnerabili al senso di esaurimento rispetto alle generazioni precedenti? “Millennials e Generazione Z risultano più vulnerabili a causa di una combinazione di fattori: crisi economiche (come quella del 2008 e la pandemia), costo della vita elevato, precarietà lavorativa e pressioni sociali e psicologiche derivanti dall’uso dei social media e dalle aspettative elevate. La crisi climatica e l’incertezza generale sul futuro contribuiscono ulteriormente a un senso di stress e ansia, rendendoli più esposti all’esaurimento rispetto alle generazioni precedenti, che hanno vissuto contesti meno instabili.” Quali sono i principali fattori lavorativi che contribuiscono al burnout nelle nuove generazioni (precarietà, smart working, carichi eccessivi)? “I principali fattori lavorativi che contribuiscono al burnout sono innanzitutto la precarietà, che rende difficile progettare il futuro e bilanciare la vita privata. L’iper-connettività, che si traduce in uno stress psicofisico eccessivo e in una continua reperibilità, rappresenta un ulteriore elemento critico. Anche lo smart working, se non ben gestito, può diventare un problema, poiché rischia di sfociare in isolamento relazionale. Altri fattori sono la scarsa resilienza della persona nel sostenere carichi elevati senza l’entusiasmo di risultati tangibili, sia a livello personale che professionale.” In che modo le aspettative sociali e culturali, comprese quelle sui social media, influenzano la percezione di stress e stanchezza nei giovani adulti? “Soprattutto i social media alimentano aspettative irrealistiche, trasmettendo l’idea di poter ottenere risultati con poco impegno e facendo pressione sulla possibilità di realizzare tutto e subito, senza grandi sforzi.” Quanto conta la pressione autoimposta, ovvero il desiderio di successo immediato, nella comparsa del burnout?-taglio2- “La pressione autoimposta è un fattore molto importante nei disturbi da stress. Il desiderio di successo immediato, promosso dai social, non è realistico. I giovani si illudono, entrano in un loop di frustrazione e sensazione di fallimento. A ciò si aggiunge l’eccesso di confronto con i social o con figure socialmente influenti, che fanno credere a un successo immediato facilmente raggiungibile.” Quali conseguenze psicologiche e fisiche può avere il burnout generazionale se non viene riconosciuto e gestito? “Il burnout può portare a molte tipologie di sintomi, sostanzialmente riconducibili allo stress. Nei casi più gravi, però, non si tratta soltanto di insonnia e senso di cinismo, ma anche di frustrazione, svogliatezza nelle attività quotidiane, astenia, disturbi fisici di tipo muscolo-scheletrico o infiammatori. Le conseguenze psicologiche possono consistere nella cronicizzazione di disturbi come attacchi di panico, ansia e depressione.” È possibile distinguere tra semplice stanchezza e vero burnout generazionale? Quali segnali indicano un problema serio? “La semplice stanchezza è un segnale psicologico che può essere recuperato con alcuni accorgimenti: migliorare sonno, alimentazione e attività sportiva, oppure ridurre qualche impegno eccessivo. Quando, nonostante questi accorgimenti, il recupero non arriva mai, si è probabilmente di fronte a un inizio di burnout. La comparsa di disturbi del sonno persistenti, senso di cinismo, distacco dalla realtà e apatia in generale sono segnali che dovrebbero spingere a parlarne con il medico curante, con una persona di fiducia o con uno specialista.” In che modo le aziende e i datori di lavoro possono intervenire per prevenire o ridurre il burnout tra i lavoratori giovani? “I datori di lavoro possono intervenire, ad esempio, attraverso visite mediche periodiche o un attento monitoraggio delle condizioni di lavoro e personali, quindi del benessere generale dei dipendenti, osservabile anche con il buon senso. Strumenti utili sono garantire un adeguato riposo, assegnare mansioni idonee e alternare compiti più complessi con altri meno impegnativi, in base allo stato di salute della persona.” Quali strategie individuali possono adottare i Millennials e la Gen Z per gestire stress, ansia e sovraccarico emotivo? “Le strategie riguardano soprattutto lo stile di vita: aprirsi a nuove letture e competenze, evitare l’iper-connettività, che rappresenta un fattore di rischio, e seguire le indicazioni già promosse dall’OMS. Tra queste: attività sportiva, alimentazione corretta, giusto riposo, socialità e relazioni positive, sviluppo di interessi, equilibrio tra ore lavorative e tempo libero, definizione di obiettivi concreti.” Esistono differenze tra Millennials e Gen Z nel modo in cui percepiscono il burnout o nelle modalità con cui lo affrontano? “Esistono differenze sostanziali nel modo in cui Millennials e Gen Z vivono il burnout. I Millennials (nati tra il 1980 e il 1996) tendono a collegare l’esaurimento professionale alla mancanza di stabilità e di opportunità di crescita in carriera. La Gen Z (nati tra il 1997 e il 2012), invece, affronta il burnout soprattutto a causa di fattori esterni come l’incertezza economica, la crisi climatica e la costante pressione dei social media, che hanno un impatto diretto sulla salute mentale. Cresciuta nell’era digitale e con un’intelligenza emotiva mediamente inferiore, la Gen Z è maggiormente esposta al confronto online, il che aggrava ulteriormente i sintomi del burnout.”





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