Successo annunciato per “Falstaff” al San Carlo, sia alla prima sia alle repliche del capolavoro della maturità di Verdi
Al Teatro di San Carlo, dopo dieci anni di assenza, è tornato “Falstaff”, ultimo capolavoro di Giuseppe Verdi su libretto di Arrigo Boito. Una produzione Teatro Real di Madrid in coproduzione con La Monnaie / De Munt di Bruxelles, l’Opéra National de Bordeaux e la Tokyo Nikikai Opera Foundation. La regia è affidata a Laurent Pelly, -taglio- che firma anche i costumi, al suo debutto al Lirico di Napoli. Tratto da “Le allegre comari di Windsor” e da alcune parti dell’“Enrico IV” di Shakespeare, è la seconda opera buffa verdiana. La prima assoluta del “Falstaff” si tenne nel 1893 al Teatro alla Scala, l’anno successivo al San Carlo. Dal 1894 si contano a Napoli 14 allestimenti, nei quali si sono cimentate storiche voci come Giuseppe Taddei, Anna Moffo, Ebe Stignani, Tito Gobbi, Renata Tebaldi, Mirella Freni, Fedora Barbieri, Agostino Lazzari, Renato Capecchi e Ambrogio Maestri. Tra i registi, invece, vanno annoverati Ciro Scafa, Vittorio Viviani, Carlo Maestrini, Roberto De Simone e Luca Ronconi, per l’ultima ripresa nel 2016, l’anno in cui ricorrevano i 400 anni dalla morte di Shakespeare. Al San Carlo l’allestimento di Pelly ambienta l’opera negli anni ’70; le belle scene sono di Barbara de Limburg, le sapienti luci di Joël Adam. “Non cerco di fare una trasposizione storica, ma piuttosto di suggerire un passato vicino. I personaggi possiedono una certa contemporaneità, e mi sembra interessante distinguere tra due mondi opposti: quello di Falstaff e quello dei Ford e delle allegre comari. Non si tratta tanto di attualizzazione, quanto di un confronto tra i sostenitori di un certo perbenismo – rappresentato dalle quattro comari e da Ford – e Falstaff, il quale porta una ventata di freschezza e vitalità in una vita altrimenti noiosa”, afferma Pelly. “Le fonti shakespeariane alla base del Falstaff costituiscono così una materia per ridere, ma compongono allo stesso modo un dramma sull’ipocrisia e la stupidità umana”, conclude Pelly. Opera della maturità di Verdi, è divertente, quasi come una commedia un po’ napoletana, secondo Armiliato. Luca Salsi interpreta più che brillantemente il ruolo del protagonista, Sir John Falstaff, -taglio2- bonario, ironico, arrivista sociale spiantato e grossolano, di contro le ricche famiglie Ford e Page, bravissimo nel canto e nel recitato. Altrettanto bravi Ernesto Petti nel ruolo di Ford e Maria Agresta che interpreta la moglie Alice. Mrs. Quickly e Mrs. Meg Page sono interpretate rispettivamente da Anita Rachvelishvili e Caterina Piva, che danno fantastica prova nei reciproci ruoli. Francesco Demuro veste ottimamente i panni di Fenton, innamorato di Nannetta, interpretata da Désirée Giove, applauditissima allieva dell’Accademia del Teatro di San Carlo. Molto bravi anche Enrico Casari e Piotr Micinski, rispettivamente Bardolfo e Pistola e Gregory Bonfatti nel ruolo del Dott. Cajus. Brillante, ineccepibile la direzione di Marco Armiliato di Orchestra e il Coro del Teatro di San Carlo, quest’ultimo ottimamente preparato da Fabrizio Cassi. Come sempre, la scelta dell’eccellente e affiatato cast si deve alla maestria di Ilias Tzempetonidis, Coordinatore Area Artistica e Casting Director del Lirico. Belli i costumi color pastello, abiti borghesi di fine anni ’60/’70. La centrale “Osteria della Giarrettiera” diventa un moderno pub e la casa dei Ford si trasforma in un condominio con scalinate percorse dalle allegre comari che corrono su e giù. Eccellente il cast vocale, capitanato dal baritono Salsi che ben interpreta il suo personaggio con ironia, così come di talento sono le interpreti femminili nel dipingere la modernità delle protagoniste che creano un sodalizio tra donne più che mai attuale. Nonostante le difficoltà di partitura e recitazione richieste dall’opera dal ritmo rigorosissimo, i protagonisti sono eccellenti nel trasmettere leggerezza per una storia agrodolce. Apprezzata unanimemente la regia dell’opera, così come il cast vocale, la compagine orchestrale, le belle scene e un finale che riconferma il motto dell’opera: “tutto nel mondo è burla”.