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Anne Hathaway

di Sasha Lunatici

Numero 233 - Settembre 2022

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Dopo i tanti successi e premi vinti, la grande attrice è tornata protagonista a Cannes con “Armageddon Time”, un film intenso, sulla vita e su noi stessi


Dopo aver raggiunto la celebrità in tutto il mondo grazie alla sua interpretazione nel film ‘cult’ “Il diavolo veste Prada”, l’attrice di origini newyorkesi Anne Hathaway nel corso della sua carriera ha dimostrato un talento piuttosto duttile, sempre accompagnato da fascino e sensualità: dai ruoli romantici come in “Amore & altri rimedi” a personaggi complessi in film impegnati come “I segreti di Brokeback Mountain” passando per le donne coraggiose come quella a cui ha prestato il volto in “Interstellar”.-taglio- Miglior attrice non protagonista nel 2013 per “Les Misérables”, Anne è stata una delle attrici più acclamate all’ultimo Festival di Cannes dove ha presentato “Armageddon Time”, film in concorso nel quale interpreta il ruolo di una madre della classe operaia americana, ebrea e di origine ucraina, nella New York del 1980. Una storia che racconta un vissuto di sofferenza, ispirata alla biografia del regista della pellicola, James Gray. Anne, è stato difficile affrontare una storia così vicina alla vita personale del regista? «Sono convinta che tutti i ruoli che si affrontano richiedano di rendersi vulnerabile davanti alla macchina da presa. Certo, il fatto che sia basato sulla famiglia di una persona che mi sta a cuore richiede un atto di fiducia enorme. Io ho cercato di ripagarlo usando molto tatto nel porgere delle domande a James, perché sapevo che non avevano solo un risvolto artistico ma anche emotivo». Com’è stato interpretare sua madre? «E’ stato un onore per me. Mio marito è ebreo e con lui abbiamo parlato molto di che cosa avrebbe significato questo ruolo dal punto di vista artistico ma anche per la nostra famiglia». Per calarti nel ruolo hai preso ispirazione da tua suocera, Jacqueline, scomparsa recentemente… «Sì. Lei ha ispirato i momenti più belli del mio personaggio, una donna straordinaria che mi porto dentro. E’ stata semplicemente la più grande madre ebrea che abbia mai visto. Il suo modello di madre mi guiderà per il resto della mia vita e questo ruolo è un modo per ringraziarla anche senza usare le parole».
Su quali aspetti della sua figura ti sei concentrata? «Io ho cercato di fare una cosa: catturare la profondità del calore, della dolcezza e il tocco dell'essere madre. Onestamente non cerco nemmeno di esprimerlo a parole perché è oltre ed è per questo che sono così grata al cinema perché ti permette di dire cose senza parole». Nel cast due giovani attori: è stato difficile per loro affrontare una storia cupa e che gira intorno ai problemi del mondo adulto? «Ho iniziato a sentire il fuoco sacro della recitazione sin da bambina e ho riconosciuto quel desiderio in questi due giovani che sono riusciti a raccontare una storia intensa come questa, uscendone comunque intatti. Naturalmente tutto questo è stato possibile grazie ai genitori che li hanno seguiti e sostenuti e al clima sereno e sicuro che si respirava sul set». Qual è secondo te il messaggio di questo film? «Il regista ha osservato il passato senza giudicarlo, consentendo al dolore che è stato causato in passato di essere di aiuto per affrontare il presente. Sono convinta che ognuno di noi abbia un'opportunità ogni singolo giorno delle nostre vite per decidere come vogliamo comportarci. Nel caso di questo film credo che siamo stati in grado di fare un ottimo lavoro da questo punto di vista».

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