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Amos Gitai

di Maresa Galli

Numero 262 - Luglio-Agosto - 2025

Con il suo spettacolo “Golem” il regista ha aperto sorprendendo tutti il “Pompeii Theatrum Mundi”


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Il celebre regista israeliano Amos Gitai, tra le figure più autorevoli del cinema, del documentario, della tv e del teatro mondiali, apre l’ottava edizione del “Pompeii Theatrum Mundi” con il suo spettacolo “Golem”. -taglio- La rassegna estiva del Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, diretto da Roberto Andò, ha quattro grandi eventi in cartellone. “Golem” è presentato in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival-Campania Teatro Festival 2025. Regista controverso, pensatore libero, Gitai è stato spesso censurato in Israele per le sue opinioni “critiche” circa il conflitto israelo-palestinese e per le sue opere. Il “Golem” è una figura leggendaria, una creatura di argilla creata per proteggere la comunità ebraica con impressa sulla fronte la parola “emet”, vita o verità; ma se prede la “e”, la parola diventa “met”, morte. Il “Golem” teatrale, scritto da Gitai con Marie-José Sanselme, regia dello stesso Gitai, è stato presentato al Mercadante dallo stesso regista con Roberto Andò e Mimmo Basso. Il suo spettacolo teatrale è basato su testi di diversi autori, da Singer a Roth…Che cos’è il Golem? “Il Golem rappresenta lo spirito dell’esilio e, nel corso della storia, verifica la sua impossibilità di “funzionare” come strumento di salvezza delle minoranze, degli immigrati, dei perseguitati. Il Golem ha per tema l’antisemitismo, non quello contemporaneo legato al conflitto in Medio Oriente ma quello tradizionale che per secoli ha provocato tantissime sofferenze. Golem è salvatore e distruttore. Dipende da come questo pianeta saprà gestire le sfide dell’umanità oppure se sia condannato all’autodistruzione. Lo spettacolo teatrale è ispirato ad un racconto per bambini di Isaac Bashevis Singer, a testi di Joseph Roth, Léon Poliakov e Lamed Shapiro, e alle biografie di attori. Il testo è ibrido, come la partitura musicale. Da artisti lontani tra creiamo ponti. Golem è un testo sull’ansia di questa società, sull’odio per i migranti, per lo straniero. La pace, come l’amore, si fa in due. Non si tratta di un manifesto ma della delicata relazione privata, uno ad uno, del dialogo. Ho un rapporto complesso con il mio paese. Mi piace che molti abbiano il coraggio di protestare”. Come si articola lo spettacolo? È molto articolato, tra performance, musica, storie e testimonianze… “Sul palco c’è un gruppo di sette performer e lo spettacolo è in nove lingue: francese, yiddish, tedesco, inglese, arabo, spagnolo, ebraico, ladino, russo, con sopra-titoli in inglese e italiano. Ci sono tre musicisti che eseguono brani strumentali e un coro con musica dal vivo. A teatro tutto deve accadere davanti al pubblico. È importante che tutti gli artisti siano di nazionalità diversa, aggiunge importanza a quest’opera, un microcosmo di amicizia. Ci sono tante lingue e questo testo si può trasferire a qualsiasi comunità”. “Golem” ha debuttato a marzo 2025 al” Theatre De La Colline” di Parigi: come ha accolto lo spettacolo il pubblico francese? “Con molto entusiasmo! Liberation, Le Figaro, hanno scritto recensioni eccellenti, Ogni replica è stata sold out. La risposta parigina mi incoraggia a presentarlo, in seguito, anche al “Barbican” di Londra e a Berlino. Lo hanno definito un emozionante spettacolo sinfonico, in musica, immagini e nove lingue, interpretato da attori di grande impatto”. -taglio2- Lei ha realizzato, in passato, una trilogia di film del Golem, con “Golem – l’esprit de l’exil”, del 1992. Dopo “Esther”, e “Berlin – Jerusalem”, “Golem” è anche il capitolo finale della “trilogia dell’esilio”… “Grazie alla trilogia ho lavorato con artisti del calibro di Hanna Schygulla, Pina Bausch, Sam Fuller, Bernardo Bertolucci, Annie Lennox… Nel primo film ero a Parigi. Ho avuto cast mirabolanti! Nel cinema sono stato un autodidatta. In realtà ho studiato architettura, sulle orme paterne. Mio padre è stato uno degli architetti del Bauhaus”.
Nel 2023 ha ideato “House”, un film di una trilogia, in cui attraverso la storia di un'abitazione e dei suoi abitanti si ricostruisce la storia dei rapporti tra israeliani e palestinesi… “Vorrei portare qui a Napoli la versione teatrale di “House”. Ho documentato le biografie di queste persone in tre film ma in realtà è come se fosse un solo film realizzato in venticinque anni! Questa casa di Gerusalemme da 25 anni non è più un microcosmo come era stata fino a 25 anni prima. Nonostante I cambiamenti, dispersi i suoi abitanti, rimane un luogo di sentimenti”. Nel 2016 firmò la regia di “Otello” per il Teatro San Carlo. In “Golem” c’è tanta musica, dalle canzoni popolari ad arie d’opera da Monteverdi a Berio: si cimenterà in futuro con altre opere liriche? “Devo dire che la soprintendente del Lirico, Rosanna (Purchia) fu molto coraggiosa! È la mia unica esperienza con l’opera! Ho avuto l’onore di lavorare con artisti quali Dante Ferretti, Gabriella Pescucci, Vincenzo Raponi…Un’esperienza fantastica ma non credo di cimentarmi, non nuovamente”. Il suo rapporto con Napoli? Nel 1993 ha realizzato un documentario su Alessandra Mussolini candidata a sindaco della città, “Nel nome del Duce”… “Napoli è fantastica, è schizofrenica, come la mia città (Haifa). Mi piace, possiede una bellezza quasi suo malgrado, non patinata: si vedono angoli distrutti e altri da togliere il fiato. Preferisco San Paolo a Rio! Enrico Ghezzi mi chiese di girare il film sulla Mussolini, la città con tante anime e contraddizioni. Mi piace l’Italia: ci sono persone sofisticate ed altre grezze, kitsch… è il bello della vita, così è anche nel mio paese. Bisogna fare proprie le contraddizioni, senza respingerle, senza le semplificazioni eccessive di Michael Moore”.
L’arte può contribuire alla pace? “L’arte è un atto civico, è questo il suo ruolo. Dobbiamo capire come possa vincere il movimento che spinge alla conciliazione. Non ci sono angeli da una sola parte. Con l’assassinio di Rabin furono decapitati tutti gli sforzi di riconciliazione. Il mio Golem è un messaggio civico, nel senso di riconciliazione. Nella Spagna della guerra civile Picasso dipinse il capolavoro di “Guernica”, un gesto civico contro i bombardamenti della Luftwaffe. Per 40 anni regnò Franco, Picasso aveva perso. Alla lunga è Picasso che ha vinto. L’arte può imprimere una traccia che rimane nella memoria”.





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