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Alviero Martini

Vivere con stile

di Agnese Serrapica

Numero 211 - Giugno 2020

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Più che un’intervista, quello con il grande stilista è un viaggio tra parole, riflessioni e racconti di una vita ricca di successi, con creazioni uniche e momenti da ricordare


Viaggio: è senza dubbio questa la parola chiave che attraversa la vita e la storia - e anche quest’intervista - ad Alviero Martini. Definito lo “stilista viaggiatore”, è uno degli indiscussi maestri della moda, di quelli che hanno portato nel mondo lo stile italiano. Non a caso, la stampa americana lo definisce Style Maker, creatore di un nuovo concetto di viaggio.-taglio- Tutto comincia da una valigia decorata con una vecchia carta geografica, con la quale allestisce una vetrina e poi lancia una linea con lo stesso motivo, che fa il giro del mondo. Dopo il successo della sua PrimaClasse, Alviero Martini lancia la linea ALV , dove ALV sta per “Andare Lontano Viaggiando”, ma anche per "Amare La Vita”, in cui le collezioni sono caratterizzate dalla stampa “Passport”, un pattern nel quale lo stilista ha raccolto tutti i timbri dei suoi passaporti. Nella sua storia l’arte, la passione e il talento convergono in uno stile unico e inconfondibile, esattamente come il suo modo di essere. Innanzitutto, come stai? “Benissimo, ho la consapevolezza di essere una persona fortunata, soprattutto se penso a chi, negli ultimi mesi, ha perso i propri cari. Noi privilegiati dobbiamo solo rimanere a casa, proviamo a pensare a quando durante la guerra c’era il coprifuoco. La prendo positivamente, ci sono tante cose da fare, per noi stessi e per gli altri, azioni che fanno bene, come telefonare e stare vicino alle persone anziane. Posso aggiungere una cosa? Prego. “Sono arrabbiato col Governo e i suoi ‘decretini’, documenti inutili che non forniscono informazioni serie e chiare. Se l’Italia reagisce male è colpa della classe politica, sono convinto di questo. Le fabbriche di armi non hanno mai chiuso né sono state convertite, ad esempio, per la produzione di respiratori. Allo stesso modo, le slot-machine funzionano regolarmente e i “gratta e vinci” vengono normalmente venduti. Ritengo tutto questo molto ridicolo. Il comparto moda subirà una battuta d’arresto, fermo per un anno e mezzo, sai che le collezioni si organizzano molto tempo prima. Si vedranno gli effetti delle fabbriche chiuse e in seguito bisognerà guardare come si regoleranno i negozianti. La classe dirigente è disorientata e la task-force è inutile. Per un Paese come il nostro, è una vergogna.” Come trascorri il tempo? “La mia sveglia suona ogni giorno alle 8, faccio colazione con calma e mi vesto come se dovessi uscire. Niente tute o pigiami. Mi metto al tavolo da lavoro per il mio smart-working con le aziende e poi comincio ad elaborare, ho tante idee. Tutto questo sempre con musica di sottofondo. Poi salgo in terrazza. Generalmente, di pomeriggio disegno, parlo con le persone, mi confronto. E poi faccio due dirette al giorno, praticamente da due mesi ho il mio appuntamento serale ‘Al bar di Alviero’.” Cioè? “Il coronavirus ci obbliga a distanziamenti fisici, ma i social hanno riunito virtualmente molte persone. Tutti rigorosamente in casa, ma uniti dai social che sono diventati un punto di riferimento per molti, da ogni parte d’Italia e nel mondo. Il fatto sorprendente è che sin dalla prima sera ho raccolto consensi di molte persone che da quella sera si sono fidelizzati alle nostre conversazioni. Da quella prima diretta, abbiamo stabilito e consolidato dei rapporti forti, trovo che nelle dirette ci sia molta emotività, sincerità, allegria e buonumore, oltre che momenti di intensa riflessione.” Secondo te, sinceramente, quando tutto passerà, saremo persone migliori? “Noi dobbiamo, e sottolineo dobbiamo, essere persone migliori. Questa pandemia è il simbolo di un’epoca che cambierà stili di vita e abitudini, e noi dobbiamo imparare da adesso. Gli screanzati che non hanno ancora compreso dovranno imparare a loro spese. Non dobbiamo soccombere all’individualismo, ma ascoltare la nostra coscienza e fare corporativismo per un futuro migliore.” Quale sarà la prima cosa che farai appena tutto sarà finito? “Io sono colpito dalla sindrome di Ulisse, mi devo muovere sempre. Quando torno da un viaggio la prima cosa che faccio è prenotare un nuovo biglietto. Desidero tornare a viaggiare. Una delle prime città che visiterò appena sarà possibile sarà Napoli, prima di tutto per lavoro. Alle vacanze ci penserò al momento opportuno, la cosa importante è che voglio uscire in sicurezza.” Cosa ti manca di più della cosiddetta “vita normale”? “Mi mancano gli incontri con gli amici, il confronto diretto con gli altri. Dobbiamo ammettere una cosa: finalmente i social tornano utili, perché servono ad avvicinarci, a farci conversare e a darci la percezione di stare comunque insieme.” Quando hai capito che la moda sarebbe diventata la tua professione? “L’ho capito presto. I miei genitori erano contadini, e mi volevano contadino. Io mi recavo al pascolo portandomi dietro un libro, e mio padre puntualmente me lo buttava via. Mi chiamava pelandrone, perché pensava che non volessi lavorare. Io invece avevo il fuoco dell’arte che mi bruciava dentro. Mi sono diplomato al liceo artistico serale di nascosto, e facevo 1000 lavori: lavoravo all’edicola di Egidio, che mi regalava i supplementi dei libri, lavoravo in un negozio di arte grafica, facevo il cameriere per mangiare, di pomeriggio andavo in tipografia e imparavo a fare lavori di grafica. La sera portavo dai sarti lavori di cucito. Oggi li considero “lavori di allenamento”, che mi hanno portato ad avere quel successo mondiale che mi è piovuto addosso dopo trent’anni. L’universo mi aveva restituito l’energia spesa in trent’anni. I desideri si realizzano al momento giusto, non il giorno dopo o quando vogliamo noi.” Quanto è importante la gavetta? “La gavetta conta moltissimo, non solo è fondamentale ma addirittura necessaria. Bisogna essere umili e studiare, studiare tanto. Bisogna avere volontà ed entusiasmo. Pensa che quando ho cominciato, io raccoglievo gli spilli da terra, poi pian piano ho cominciato a cucire, un orlo dopo l’altro, e con la pratica ho imparato. Ogni sera mi fermavo dal mio sarto e tornavo a casa stanco, ma felice. Bisogna avere ingegno, astuzia e volontà.” Come si dice a Napoli, dunque devi imparare a “rubare il mestiere”? “Esattamente. Pensa che per cinque anni ho fatto l’attore professionista e recitavo in spot pubblicitari con registi importanti come d’Alatri, i Taviani e Dorelli. All’epoca ero convocato sul set alle sei di mattina, ma io arrivavo già alle cinque, perché dovevo capire che cosa succedeva, cosa accadeva prima che si accendesse la macchina da presa. Se fossi arrivato giusto in tempo, mi sarei perso il lavoro di preparazione, il dietro le quinte, che mi serviva per capire e imparare. È quello il segreto.” Moda e viaggi sono strettamente connessi nella tua vita e nella tua attività. Qual è la prima cosa che cerchi, e che poi ti colpisce, quando visiti un luogo? “Proust diceva che “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Quando arrivo in un nuovo posto, in genere faccio due cose, anzi tre. Innanzitutto, vado al mercato, generalmente quello ortofrutticolo, perché capisco le condizioni del paese, ho immediatamente una prima impressione. Subito dopo vado al mercato delle pulci, quello dell’antiquariato, perché voglio comprendere la storia del Paese. Infine, cerco di evitare i ristoranti a cinque stelle e scelgo di mangiare in qualche trattoria tipica, per capire come e cosa si mangia in un determinato luogo. Una volta a Taiwan, io arrivavo dal Giappone, volevano offrirmi una cena a base di aragosta, ma io declinai l’invito. Il mio non era un rifiuto, era voglia di conoscere. Mi accontentarono, e mi portarono in campagna, in mezzo a dei campi isolati, in un capannone dove vendevano e cucinavano serpenti. Mi chiesero di sceglierne, io lo indicai, e a quel punto una donna che era lì estrasse il siero e lo divise tra noi. Dopo aver mangiato, mentre tornavamo indietro, vidi una porta sul retro del capannone da cui scorgemmo una signora che in una pentolaccia cuoceva e vendeva zampe di anatra.” Hai mangiato anche quelle? “No, per quella volta no! Vedi, io un Paese lo voglio vivere. La strada mi racconta un popolo e il suo approccio alla vita. Mi sposto prendendo i mezzi, oppure guido io. Voglio vedere la gente cosa dice, cosa pensa e come veste. Non solo il lato agiato di un popolo. Quando vado nelle favelas in Brasile o nei ghetti in India capisco tante cose. Trovo anche il tempo per una serata e una bella cena, ma quello che voglio davvero è stare tra la gente per capire lo spirito di un popolo.” Hai un luogo del cuore? “Ho visitato 96 paesi nel mondo, e ho tanti luoghi del cuore. Te ne racconto uno, la Turchia: Istanbul e Santa Sofia, dalla Cappadocia al confine con la Siria, dal Mar Nero al Mediterraneo. Ho bei ricordi al Pera Palas, lo storico hotel della capitale in cui Agatha Christie scrisse buona parte del libro Assassinio sull'Orient Express. Ho vissuto un sacco di avventure in quello splendido Paese. Mi ricordo che una volta viaggiavamo da ore e cercavamo un posto dove dormire. Finalmente trovammo una locanda, ci fermammo e chiedemmo se ci fosse una camera libera. Ci dissero di sì, ma ci avvisarono che in quel luogo vigeva ‘il divieto di toccare le farfalle’. Solo in un secondo momento capimmo, quando ci rendemmo conto che nelle stanze c’erano centinaia di farfalle. Fu così che quella notte dormimmo sotto apposite garze, praticamente tra le voliere. Inutile dire che fu un’esperienza unica e indescrivibile. Ti potrei raccontare mille storie, una per ogni luogo che ho visitato. Sono sempre curioso di scoprire e di capire, e ti assicuro che certe cose le puoi capire solo viaggiando.”

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