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Addio mano de Dios

di Lucia de Cristofaro

Numero 216 - Dicembre 2020 Gennaio 2021

Un doveroso e sentito ricordo del grande calciatore che ha arricchito il calcio mondiale e mostrato sempre il suo lato umano, senza nascondersi mai ai tifosi.


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“Grazie per aver giocato a calcio. E’ lo sport che mi ha dato più allegria, più libertà, come toccare il cielo con la mano. Grazie alla pelota.” – Queste le parole pronunciate quindici anni fa in riferimento alla iscrizione che avrebbe desiderato sulla sua tomba, rispondendo ad un giornalista. Il calcio giocato da Diego Armando Maradona, -taglio-di fatto non ha dato allegria solo a lui, ma a tutti coloro che lo accolsero a Napoli nel 1984, e che nonostante siano passati tanti anni non lo hanno mai dimenticato, e a quanti nel mondo hanno ammirato il suo gioco in campo. Anche il nostro giornale ha nel tempo scritto di lui e delle sue gesta calcistiche, raccogliendo negli articoli le dichiarazioni del “Pibe de oro”, ve le riproponiamo volendo ricordare un grande del calcio, che come hanno sempre affermato i tifosi partenopei: “era meglio di Pelè”, ma secondo noi la grandezza dell’uno non ha mai oscurato l’altro. Mentre scriviamo i notiziari hanno trasmesso le notizie delle indagini intorno alla sua morte, indicando eventuali responsabili, quindi la vera parola fine sulla esistenza terrena di Maradona non è stata ancora scritta, anche se il suo ricordo continuerà a restare nella storia e nell’immaginario calcistico di tutti i tifosi, perché il suo spessore sportivo non era solo un bene dell’Argentina o del Napoli, ma di tutta l’umanità sportiva. “Eravamo in sette in famiglia e all’epoca non c’erano molti soldi . La sera mia madre stava male, perché non mangiava per dare il cibo a noi. Ho vissuto un’infanzia senza giocattoli o altre cose materiali, ma in compenso posso dire che ho ricevuto tanto amore.” – questo affermava il campione quando raccontava la sua infanzia argentina, sottolineando la povertà della sua famiglia. E parlando del Napoli: “ Il Napoli mi ha dato la possibilità di giocare a calcio alla grande. I tifosi mi hanno sempre amato, perché ho fatto delle cose che nessun altro voleva fare, raggiungendo obiettivi calcistici che nessuno di loro immaginava.” Non ha mai fatto mistero della sua vita privata mostrandosi ai tifosi sempre e comunque: “Mi dispiace per come è finita con Claudia Villafañe. Lei è stata il primo amore della mia vita. Ma è con Rocio che ho trovato l’allegria della mia vita, nonostante i 30 anni di differenza, mi piace l’amore e sono incline ad innamorarmi spesso. Infatti le mie relazioni sono sempre state di dominio pubblico, perché non credo si debba nascondere niente, di bello o di brutto delle nostre vite. Uno dei miei figli l’ho riconosciuto quando era già grande, perché ascoltavo i consigli di chi mi diceva di non farlo, ma alla fine ho deciso, sentivo che era la cosa giusta da fare e confesso di essermi innamorato di quel ragazzo che è praticamente uguale a me alla sua età, una cosa incredibilmente bella. Il mio problema più grande è stato quello con la droga. Sono fortunato ad essere ancora qui ed essere vivo. Sarei potuto morire, non è stato facile uscirne ma alla fine ci sono riuscito.” Maradona non si è mai sottratto nemmeno a dichiarare il suo dispiacere, per il rapporto con il Napoli, che si incrinò dopo la sventurata annata 1990/91, caratterizzata dalla squalifica di Diego per cocaina e dal conseguente stop dell’argentino e dall’inchiesta che ne seguì. Uno strappo che non fu più possibile ricucire, nonostante grazie a lui il Napoli avesse vinto: il suo primo scudetto nel campionato 1986-1987, il 10 maggio 1987, la sua terza Coppa Italia, riuscendo nell’impresa di una doppietta riuscita in precedenza solo al Grande Torino di un tempo, nel 1988/’89 la Coppa UEFA, nella stagione 1989/90 vince il secondo scudetto e all’inizio della stagione 1990-1991 la Supercoppa italiana del 1990.-taglio2- Ogni volta che Maradona ha raccontato questo strappo, ha affermato: “Ero stanco delle fortissime pressioni avute negli anni e nonostante continuassi ad avvisare la società di questa mia stanchezza con momenti di depressioni, e quindi della necessità di decelerare, purtroppo la società non mi diede mai retta. Mi sentivo consumato non solo fisicamente, perché mi era stato chiesto di andare in campo anche quando fisicamente stavo male, la regola era farmi delle infiltrazioni, ma anche psicologicamente. Io non mi sono mai visto come un numero uno, ma come un uomo normalissimo, che professionalmente fa il calciatore e che può avere momenti si e momenti no. Essere per tanti anni all’apice del successo calcistico non è solo una gratificazione, ma anche una responsabilità e questo può anche distruggerti. In sei anni al Napoli avevo fatto vincere di tutto e credevo di poter chiedere che mi fosse concesso di rallentare, soltanto per rimettermi, invece non mi è stato concesso. Rallentare anche per non essere sempre sotto i riflettori, perché il problema non era essere in campo per la partita la domenica, ma essere continuamente chiamato in causa tutti gli altri giorni della settimana in tutte le trasmissioni calcistiche possibili e sui giornali, che andavano a mettere in evidenza ogni possibile movimento in campo e fuori campo del sottoscritto. Credetemi tutto ciò non è facile. Avevo portato una squadra da essere ultima in classifica e che aveva sfiorato lo scandalo delle scommesse, alla gloria, e sembrava che nessuno ricordasse più quello che avevo fatto, con tutto il mio impegno e volontà, non solo per la squadra, ma per una città che avevo amato come fosse sempre stata casa mia. All’epoca fui accusato di fare dispetti, io invece volevo solo essere considerato un “anziano” giocatore che avendo dato tutto vuole tirare un po’ il fiato. Io ho sempre augurato al Napoli di poter essere una squadra competitiva anche senza di me, non ho mai voluto essere una prima donna, è stata la mia bravura di giocatore a mettermi in primo piano non il mio voler essere considerato un dio. “ Si comprende, dunque, come nel 1992 abbandonò definitivamente la squadra e la città di Napoli con l’amaro nel cuore. Una città in cui non sarebbe più ritornato se non dopo ben 14 anni, per dare il suo calcio al pallone allo stadio San Paolo, per l’addio al calcio giocato di Ciro Ferrara, suo grande amico. Per concludere il nostro ricordo di un grande campione, vi proponiamo le sue ultime parole apparse sul quotidiano argentino “Clarin”, nel giorno del suo 60esimo compleanno, affinchè il cerchio di una vita all’insegna del calcio possa concludersi, con le sue stesse parole: “Sono stato e sono molto felice. Il calcio mi ha dato tutto quello che ho, più di quanto potessi immaginare. Sono stato fuori per molto tempo e a volte ti chiedi se le persone ti ameranno ancora, se continueranno a provare lo stesso. Quell’amore l’ho avvertito quando da allenatore del “Gimnasia””, sono entrato in campo il giorno della presentazione e ho sentito che l’amore con le persone non finirà mai.” Non so a voi lettori, ma alla notizia giunta in redazione della morte di Diego Armando Maradona una lacrima è scesa a tutti noi, a chi lo aveva conosciuto da giovane negli anni del grande Napoli e di chi da giovane oggi continua a rivedere le sue gesta e a ricordare il campione di tutti i tempi.





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