ZUCCHERO

di Angelo Luongo

Numero 176 - Aprile 2017


Nel pieno della sua tournée intercontinentale Zucchero Sugar Fornaciari artisticamente non ha nemmeno un capello bianco ma l’entusiasmo degli esordi e ancora tanto da raccontare…


È partito il 15 marzo da San Diego il “Black Cat World Tour 2017” di Zucchero Sugar Fornaciari che ha già inanellato un sold out dietro l’altro realizzando, in soli 15 giorni, ben 11 concerti tra il Nord America e gli Stati Uniti! Più di 80 date previste in tutto il mondo per questo grandioso tour internazionale che ha toccato luoghi cult come il Beacon Theatre di New York City e che arriverà nei prossimi mesi in Europa, Nuova Zelanda, Australia, Giappone e Nord Africa. Ancora una volta Zucchero dimostra di essere uno dei pochi artisti italiani a ricevere un grande consenso da parte del pubblico internazionale portando in tutto il mondo i suoi più grandi successi e le canzoni del suo ultimo disco di inediti. Riguardo l’Italia, il tour arriverà nei mesi di maggio e settembre per un totale di 10 date all’Arena di Verona (1-2-3-4-5 maggio e 21-22-23-24-25 settembre). Zucchero e la sua super band internazionale, faranno ballare tutti in primis con i 13 brani dalle nervature rock-blues di “Black Cat”, album che annovera, inoltre, la collaborazione artistica di Bono per il brano “Streets Of Surrender (S.O.S.)”, la partecipazione alle chitarre di Mark Knopfler e il contributo artistico di Elvis Costello che ha scritto la versione inglese del brano "Love Again", dal titolo "Turn the world down". Vedremo, quindi, uno Sugar in grande spolvero in un tour davvero imperdibile. Che affronta con la carica di sempre, ma soprattutto “rispettando le buone abitudini”…

Un 2017 in cui ha deciso di fare, ,letteralmente, il giro del mondo con la sua musica. In che modo affronta un tour così impegnativo?

“Conservando le abitudini di sempre: quando sono in tour, in ogni luogo, mi sveglio tardissimo, verso le 17 faccio il soundcheck, mangio qualcosa, faccio un massaggio e salgo sul palco. In passato mi venivano gli attacchi di panico, ci ho lavorato su e mi sono ripromesso di non pensare a quel che può dire il pubblico. L’ultima sera a Verona ero sfiancato, mi hanno suggerito di tagliare il concerto perché i camion dovevano partire. E invece senza neanche accorgermene al posto di fare tre ore ne ho fatte tre e un quarto. Ho ancora questo fuoco, questo entusiasmo. E poi a casa mi rompo i coglioni!” -taglio-

Il numero di concerti all’estero supera di gran lunga quello delle date italiane. Come la accoglie il suo pubblico quando non “gioca in casa”?

“Ovviamente in maniera diversa da Paese a Paese. In ogni caso direi in media ci sono un 60% di stranieri ed un 40% di italiani, quindi un po’ a casa mi sento sempre.”

Trent’anni di carriera, di cambiamenti e collaborazioni: com’è, ad oggi, il suo rapporto con la musica?

“Senza fare paragoni assurdi o peccare di presunzione, dopo tanti anni di musica noto che ci sono degli artisti che, anche se non producono nuovi album, vanno comunque in tournée per farsi vedere. E il loro pubblico non smette di seguirli. Anch’io potrei andare in tour senza proporre alcuna novità, ma non lo faccio, non è nel mio stile. Se si ascolta la musica in Italia, non si sente più un assolo di chitarra, un contrattempo o un suono analogico. Io ad esempio quelle cose le ho inserite nel mio disco ‘Black Cat’. Oggi se un brano dura più di tre minuti e mezzo non va bene, bisogna rispettare dei format imposti. Ecco perché molti artisti, come Sting o Peter Gabriel, non vogliono fare più dischi. Non è che non abbiano le idee, anzi. Tuttavia non si sentono liberi seguendo questi format. Io ho ancora quella fame di musica come agli inizi, anzi di più…”

Forse è proprio questa “fame” ad aver fatto sì che accogliesse l’invito quale Superospite all’ultimo Festival di Sanremo, luogo che probabilmente non le regala ricordi felicissimi…

“Mah, è passato tanto tempo. Era il 1982, venivo dal mondo delle orchestre, dove avevo avuto un ottimo riscontro, ma non avevo più speranza di ottenere un contratto discografico. Tutti dicevano che il mio genere e la mia voce non avrebbero mai funzionato. Ravera e il mio impresario Nando Capecchi mi convinsero a fare il Festival di Castrocaro, anche se a me sembrava un passo indietro perché come autore avevo già scritto per Fred Bongusto e firmato un successo come ‘Te ne vai’ per Michele Pecora. Ad ogni modo vinsi e l’anno successivo andai a Sanremo. E poi la storia di com’è andata la sapete…”

Quest’anno è tornato all’Ariston dopo ben 31 anni: cosa ha trovato di diverso?

“A dire il vero quasi nulla. Già prima di entrare a teatro e poi nei camerini e dietro le quinte è rimasto tutto uguale. Quel palco è sempre impegnativo: ti guardano, ti scrutano e sezionano anche il modo in cui sei vestito. Cosa cui sinceramente non bado più di tanto… Insomma per gli artisti è una gigantesca lente d’ingrandimento.”

Oltre che da ospite d’eccezione, parteciperebbe ancora al Festival come concorrente?

“Se prendessi parte al Festival, ora come anni fa, perderei sicuramente. Vi dico una cosa: io e Vasco siamo amici da sempre, al punto che abbiamo anche avuto la stessa ragazza nello stesso periodo (ride, ndr). Lui come me evita le gare, perché tanto perdiamo… Sono meccanismi differenti, non è facile votare una canzone dopo averla sentita una o due volte. Il Festival è una bestia completamente a sé. Non ha niente a che fare col music business, è lo specchio dell’Italia. In senso positivo però, dà fiducia e speranza con canzoni che parlano d’amore e del ‘vogliamoci bene’. Ad esempio se mi presentassi con una canzone come ‘Partigiano Reggiano’ mi prenderebbero a schiaffi!”

Come si è evoluto secondo lei nel corso di questi anni il Festival? Può davvero ancora considerarsi una straordinaria vetrina internazionale?

“Sarò esagerato ma per me non ha più senso, non rispetta più né la cultura né la musica. Non voglio sputare nel piatto dove ho mangiato, ma faccio un discorso prettamente da musicista. Trovo datata e parecchio riduttiva l’idea che ci siano vincitori e sconfitti. E poi mi domando che senso abbia scrivere una canzone appositamente per l’occasione…”

Mettendo quindi da parte format come Sanremo o i talent che pure hanno in sé una logica competitiva, come può un giovane di talento riuscire ad emergere oggi nel mondo della musica?

“Anzitutto, che Dio benedica i giovani che vogliono fare musica, proprio con tutto il cuore! In questi ultimi anni, da un po’ di tempo, purtroppo non ci sono più grandi occasioni, come le manifestazioni televisive a cui si può partecipare per presentare il proprio progetto. Una volta c’erano il Festivalbar, la Gondola di Venezia, ed anche lo stesso Sanremo, ma quello di una volta perché il mondo era diverso. Oggi, comunque, mi rendo conto che emergere è complesso…. Specifico però che non sono contro i talent, posso non essere d’accordo con il modo in cui tirano su questi ragazzi e con cui li omologano, poiché alla fine non sempre viene premiato davvero il merito ed il talento…”

Se ripensa ai suoi inizi, cosa le viene in mente?

“Che paradossalmente sono nato anch’io come cantante pop. Da ragazzo un amico mi fece ascoltare i primi 45 giri di Otis Redding e Ray Charles. Mi colpì quella musica soul e blues, così che col mio primo gruppo mi dedicai proprio a quel genere, anche se non ero il cantante ma suonavo semplicemente il sassofono! Dopo aver ottenuto finalmente un vero contratto discografico, mi fu detto che però avrei dovuto fare delle canzoni pop, perché il soul e il blues non avrebbero funzionato. Seguendo questo consiglio mi presentai due volte a Sanremo, e sapete tutti come è andata a finire... Non ero né carne, né pesce (ride, ndr)…”

Oggi, invece, i suoi obiettivi, anche guardando ancora al suo futuro, sembra averli ben chiari. Ma Zucchero Sugar Fornaciari può dire di avere ancora un sogno nel cassetto?

“Ho portato a termine tanti obiettivi e raggiunto tanti sogni. L’unico che vorrei ancora coltivare è quello di continuare a fare rock, e farlo in italiano per fare un c… così agli anglosassoni! (ride, ndr) Poi se dovessi fare un nuovo lavoro mi piacerebbe collaborare con Ennio Morricone, ma ovviamente bisognerebbe chiedere a lui se è d’accordo!”

“Oggi se un brano dura più di tre minuti e mezzo non va bene, bisogna rispettare dei format imposti. Ecco perché molti artisti non vogliono fare più dischi, ma io ho ancora quella fame di musica come agli inizi, anzi di più…”


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