MIKE SPONZA

Musica ribelle

di Laura Fiore

Numero 191 - Settembre 2018


Mike Sponza ed il suo ultimo album danno nuova luce ad uno dei periodi più belli e caotici della storia musicale e sociale del mondo


Chi ama il blues certamente conoscerà Mike Sponza, uno dei massimi esponenti italiani di questo genere nel mondo, e sta apprezzando il suo ultimo lavoro discografico: “Made in the Sixties”. È questo un album dedicato agli anni ’60, una decade molto affascinante sotto molteplici profili e su cui c’è molto da dire a livello musicale e non. In particolare nel disco sono presenti 10 canzoni, una per ogni anno, dieci storie ispirate da eventi, fatti, persone, culture, idee, che si intrecciano per guardare gli anni ‘60 in una duplice prospettiva: il lato swinging da un lato, il lato problematico dall’altro. È risaputo che si è trattato di anni controversi, che hanno cambiato la cultura giovanile per sempre, con segnali presenti ancora oggi nella nostra società. Il mix che Sponza è riuscito a creare in “Made in the Sixties” è esplosivo, e lo si capisce già dalle primissime note caratterizzate da linguaggi musicali diversi che spaziano dal rock al latin, dal pop all’acustico, dal soul al rock’n’roll. In questa intervista esclusiva per Albatros il bluesman è riuscito a trasmettere il significato profondo del suo album e la grande influenza che hanno avuto su di lui e la sua musica le fasi socio-musicali del periodo storico degli anni ’60.

Il tuo nuovo album di inediti è intitolato “MADE IN THE SIXTIES”, cosa hai voluto trasmettere al pubblico?

“Tengo a precisare che questo non è un disco nostalgia, perché nello specifico ho vissuto quel periodo solo per pochi mesi del ‘69, ‘Made in the sixties’ è un disco tributo ad un momento storico. Molte cose che sono state fatte negli anni ‘60 a livello musicale, culturale, artistico e sociale sono diventate degli instant classic. -taglio- Una fase di rottura con il passato e la tradizione, sono state fatte tante cose nuove, proiettate in avanti e pregne di bellezza e unicità. Basti pensare al fatto che sono rimaste fino ai giorni nostri! Con l’album faccio quindi un tributo alla bellezza, ma affronto anche i momenti più bui: quelli che hanno cambiato la storia del mondo nel bene e nel male, anche a livello politico. I movimenti per i diritti civili, l’assassinio di Kennedy, il ‘68, il muro di Berlino, hanno un fortissimo eco ancora oggi. Oggi ci sono altri muri, non soltanto fatti di mattoni, ma muri culturali. Bisognerebbe trarre insegnamento da come sono state affrontate le cose in quel periodo lì, tutto il disco è attraversato dalla dicotomia tra l’aspetto ludico e glamour, ed il lato più oscuro.”

Invece in tempi più recenti, quale pensi sia stato l’elemento di rottura col passato a livello musicale?

“Difficile a dirsi; c’è un bellissimo libro che si intitola ‘Perché i Beatles hanno ucciso il rock’n’roll’ che spiega come in quel periodo la musica era uno strumento di ribellione. C’è stato però uno sfasamento temporale circa la diffusione del rock in Europa e negli U.S.A. Da noi si è verificato un assorbimento velocissimo del rock che è stato subito cambiato in qualcos’altro. Così l’artista non era più solo un cantante, ma diceva la sua in più campi; sono state introdotte nelle canzoni delle tematiche che prima un artista pop non si sognava di inserire. Si è creato un mix artistico che un po’ si è perso ai giorni nostri. La musica prima era frutto di una grande preparazione artistica, oggi non è più così. I produttori odierni vengono tutti fuori dallo stesso tipo di ascolto e sono pochi quelli che si distinguono e che riescono ad avere una mentalità aperta a livello sonoro.”

C’è, però, un rinnovato interesse intorno a tutto quello che accadeva negli anni ’60 e ’70...

“Sì, anche a livello musicale. Dopo la grande ubriacatura verificatasi con mp3 e tutto quello che riguarda il progresso digitale in musica, vedo la necessità da parte delle persone di un aspetto più sociale e più fisico. Questo nell’universo musica si può creare, ad esempio, condividendo degli oggetti che riguardano la musica come il vinile. Per fortuna stiamo recuperando anche l’aspetto sociale di coinvolgimento, attuato attraverso il live e la sua evoluzione come ‘evento’; per cui anche chi non conosce la band va a vedere l’evento per stare insieme.”

Hai alle spalle tanti anni di carriera musicale, come pensi si sia evoluta la tua musica?

“Ho iniziato a scrivere i miei pezzi negli anni ’90, quando andavo in giro a suonare con le mie prime band, e una cosa che non è affatto cambiata da allora è la mia volontà di inserire nelle canzoni sempre qualcosina di diverso, in grado di farmi distinguere. Questo è stato possibile anche grazie all’ascolto dei più grandi, i quali hanno introdotto una serie di nuovi argomenti musicali. A proposito di questo, mi è sempre piaciuto introdurre all’interno di una struttura o di un feeling blues degli elementi che in qualche modo sfuggissero alle idee convenzionali del genere. Ammetto di aver pagato a caro prezzo questa direzione, perché anche il blues ha una propria visione che difficilmente viene modificata, ma non per questo mi sono scoraggiato. Anzi, ho sempre cercato di scrivere cose meno scontate possibili!”

Sei stato definito il guru del blues italiano, come ci si sente?

“Onorato – ride ndr – anche se devo ammettere che credo poco nei guru! Scherzi a parte, non mi sento un ‘messia’, però il pensiero che qualcuno possa trarre qualcosa di buono dalla mia musica e dal mio approccio ad essa mi rende felice. Significa che sono riuscito a trasmettere un sentimento, e questo aspetto per un artista è importantissimo.”

“Oggi ci sono altri muri, non soltanto fatti di mattoni, ma muri culturali. Bisognerebbe trarre insegnamento da come sono state affrontate le cose in quel periodo”


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