MAURO GERMÁN CAMORANESI

L’ultimo Samurai

di Luca Guerrasio

Numero 191 - Settembre 2018


Uno dei calciatori che l’Italia ricorderà per sempre, ora è tornato in una veste inedita: quella di commentatore sportivo, ruolo che non gli dispiace affatto


La storia tra Mauro German Camoranesi ed il calcio è una di quelle destinate a durare nel tempo, sia dentro che fuori dal campo. Tre volte campione d’Italia (anche se due scudetti sono stati revocati), finalista di Champions League, uno dei campioni del mondo dell’incredibile Mondiale del 2006: Camoranesi è stato uno dei protagonisti del calcio italiano tra il 2000 e il 2010. Il suo stile di gioco, in realtà, è sempre stato di difficile definizione: ala pura? Trequartista? Mezzala? Eppure il giocatore italo-argentino ha sempre avuto una marcia in più, che gli ha permesso di diventare un grande calciatore. Lo ricordiamo tutti con il suo codino da Samurai, occhi sempre attenti ed una grande velocità; Mauro Camoranesi correva all’infinito. Arriva in Italia in maniera rocambolesca; il suo procuratore Patricio Hernandez mostrò ad Andrea Pastorello, figlio dell’allora patron dell’Hellas, un video per mostrargli un nuovo talentuoso giocatore, ma Pastorello rimase impressionato da un altro: “quello con il nome lungo e l’andatura un po’ strana.” Inizia così, nel 2000, l’avventura italiana di Camoranesi nel calcio italiano. Il resto è storia, anche perché il calciatore naturalizzato italiano, appena due anni dopo l’esperienza veronese passa alla Vecchia Signora: la Juventus. A Torino, sotto la guida tecnica di Marcello Lippi, è subito titolare, disputando nella sua prima stagione tra le file bianconere, tra campionato e coppe, 45 partite, mettendo a segno 4 reti e vincendo il suo primo scudetto. Mauro Camoranesi ha vissuto, però, anche il periodo più buio del calcio italiano quando l’inchiesta Calciopoli decise di far retrocedere la squadra bianconera in serie B. Ad indorare la pillola c’è stato, però, un evento che Camoranesi ricorderà per sempre: i Mondiali del 2006, e fu proprio allora che dal “barbiere” Oddo, per una scommessa, l’argentino disse addio alla sua folta chioma. Oggi lo ritroviamo con qualche anno in più, sempre con un fisico atletico, ma soprattutto con un’esperienza da allenatore alle spalle e nei panni di commentatore sportivo per la nuova piattaforma DAZN.

Da poche settimane ti vediamo sugli schermi di DAZN nelle vesti di commentatore sportivo, come è nata questa collaborazione?

“In realtà era già da un po’ di tempo che pensavo al fatto di potermi cimentare in qualcosa di simile, anche se per carattere non sono proprio un tipo da televisione. Parlandone una sera con degli amici, mi è stato detto ‘perché no?’. Dopo un po’ è nata questa nuova realtà DAZN, che mi ha contattato per diventare uno dei loro volti e così ho deciso di provare. Devo dire che è un ruolo che non mi dispiace, anche perché mi da la possibilità di vivere il calcio e soprattutto di guardarlo da una diversa prospettiva.”

Sei stato anche allenatore, come mai non hai continuato per quella strada?-taglio-

“Beh, ho allenato fino all’anno scorso e diciamo che per il momento non è una porta completamente chiusa ma ho preferito comunque metterla in standby. Passare dallo status di giocatore a quello di allenatore non è così semplice come si possa immaginare, o meglio, devi comunque avere una certa predisposizione oltre a dover studiare tanto e costantemente. Un allenatore deve essere in grado di capire ogni suo giocatore e tirare fuori da lui il meglio, io attualmente devo migliorare questo aspetto. Per intenderci meglio: quando uno dei miei non recepiva bene il da farsi, quasi mi veniva voglia di entrare in campo e farlo al posto suo! Un po’ alla Gattuso – ride ndr.”

A proposito di Gattuso, è stato uno dei tuoi compagni di squadra ed insieme avete trionfato ai Mondiali del 2006. Senti ancora gli altri giocatori?

“Assolutamente sì! Certo, il fatto che quasi tutti quelli che giocavano con me si sono ritirati, mi fa capire che ci siamo fatti vecchi! Scherzi a parte, con molti dei miei compagni di squadra si è instaurato un rapporto che va oltre il campo da gioco. Ad esempio con Alex (Del Piero) siamo ancora adesso amici, anche con Fabio (Cannavaro) ci sentiamo spesso.”

A distanza di più di 10 anni, qual è il ricordo più grande del Mondiale 2006?

“È difficile scegliere un solo momento. Quella Nazionale era incredibile, era diventata una grande famiglia. Tra allenatori, giocatori e dirigenti c’era un rapporto vero, sincero e di stima reciproca e tutta questo si rispecchiava nel nostro gioco. Mister Lippi creò qualcosa di magico, ed inoltre fu bravo a tenerci fuori da tutto lo scandalo Calciopoli e dalla pressione mediatica che si era creata nei nostri confronti. Nessuno al di fuori del team credeva possibile un risultato del genere, e invece, alla fine abbiamo avuto ragione noi! Forse, però, una cosa la ricordo particolarmente; la sera prima della finale mi chiama Diego (Maradona, non uno così, ndr) e mi dice: ‘Stai tranquillo che domani diventi Campione del Mondo, dormi sereno.’ Quasi non potevo credere al fatto che Maradona stava parlando a telefono con me, anche perché all’epoca ancora non lo conoscevo, e non gli avevo neanche mai parlato. È stata una delle emozioni più grandi che abbia provato.”

Sei stato uno dei volti della storica Juventus, come vedi la squadra oggi?

“La Juventus è stata l’esperienza più bella della mia carriera, la più lunga non solo dal punto di vista degli anni, ma anche da quello dei risultati e delle emozioni. Come dico sempre, è stata la parte centrale e più importante della mia avventura da calciatore. La Juve di oggi è diversa, ovviamente ci sono tantissimi campioni e Ronaldo è uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, però non è la ‘mia’. Lo so, non riesco ad essere eccessivamente oggettivo, ma che posso fare?! Ho amato alla follia i miei anni a Torino.”

“Passare dallo status di giocatore a quello di allenatore non è così semplice, devi avere una certa predisposizione e studiare tanto e costantemente”


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