Manie sì, ma razionali

di Franco Salerno

Numero 182 - Novembre 2017

La cultura del mondo antico ci aiuta a fronteggiare l’irrazionale che si annida in noi


Tutti abbiamo le nostre piccole manie: impostare ad orari diversi la sveglia per poterla posticipare e dormire di più, indossare degli abiti che pensiamo portino fortuna, controllare bene all’uscita da casa la chiusura di tutte le porte e le finestre. Entrare in questi schemi “predefiniti” serve per stare più “tranquilli”. In questo modo, noi pensiamo di fronteggiare quella parte di irrazionale che noi sappiamo che esiste nella nostra psiche e nei nostri comportamenti. Per comprendere il senso delle nostre strane abitudini quotidiane, potrebbe essere utile sapere come gli antichi, depositari di una saggezza arcaica eppur moderna, spiegavano la mania, che, diciamolo subito, per loro equivaleva ad un “delirio”, inteso nel senso etimologico letterale di “uscire fuori dal solco”. -taglio- Era stato Platone, nel suo dialogo “Fedro”, a fissare due specie di manie: “una prodotta dall’umana debolezza, l’altra da un divino straniarsi dalle normali regole di condotta”. Questa seconda specie di “mania” era addirittura riconducibile agli dei e si manifestava in quattro modi: attraverso la capacità profetica riconducibile ad Apollo, l’atteggiamento mistico a cui presiedeva Dioniso, l’ispirazione poetica che proveniva dalle Muse e la più alta manifestazione di “delirio divino”, causato da Afrodite e da Eros, cioè l’amore. Le prime tre tipologie di “mania” si riferiscono a forme di “delirio accettabile”, in quanto seguivano certe regole interne e si manifestavano in personaggi riconosciuti come eccezionali dalla società antica: il profeta, il mistico e il poeta. Insomma, la loro “follia” era una specie di “malattia” sociale e non individuale ed era sostanzialmente positiva. Invece, l’Amore, la quarta mania, la più misteriosa, non riguardava solo alcuni personaggi eccezionali, che potevano esser considerati quasi delle guide per la società, ma toccava tutti, tutti noi, il ricco e il povero, il -taglio2- bello e il brutto, il colto e l’incolto. Non solo, ma era una follia piacevole. In verità, da questa definizione di Amore come Mania scaturì la concezione negativa dell’Amore per un grandissimo scrittore-filosofo, il cui pensiero viene ricondotto all’Epicureismo: Tito Lucrezio Caro, autore del “De rerum natura”, quasi sicuramente di stirpe campana, forse originario della Valle del Sarno. Egli inserì, infatti, l’Amore tra le passioni che turbano la tranquillità dell’animo dell’uomo. E proprio d’amore forse perì, se è vero quel che riferisce San Girolamo, cioè che gli fu propinato un “poculum amatorium” (un filtro d’amore) e che scrisse il suo Poema “per intervalla insaniae” (“negli intervalli della sua follia” o, se volete, della sua “mania-delirio”). Lucrezio sembra odiare l’Amore, eppure descrive una bellissima scena d’amore fra Venere e Marte, il quale “pasce d’amore i suoi avidi occhi, anelando” a Venere e, “mentre sta supino, il suo respiro pende dalle labbra” della dea. Potenza della follia dell’Amore, che resta il sale della Vita e l’unica àncora di salvezza in un mondo dominato dall’indifferenza e dall’odio.





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