MALKIT SHOSHAN

di Maresa Galli

Numero 184 - Gennaio 2018

Un’architettura che tenga conto dei diritti umani è la via più giusta per realizzare edifici, quartieri, costruzioni che guardino al futuro. È questo l’obiettivo di Malkit Shoshan (Haifa, 1976), brillante architetto israeliano.


Un’architettura che tenga conto dei diritti umani è la via più giusta per realizzare edifici, quartieri, costruzioni che guardino al futuro. È questo l’obiettivo di Malkit Shoshan (Haifa, 1976), brillante architetto israeliano. Shoshan ha studiato architettura al Technion - Israel Institute of Technology e allo IUAV – l’Università di Venezia. Si è perfezionata presso l’Institute for Public Knowledge presso la New York University e ha conseguito un dottorato di ricerca. Collabora con la Delft University of Technology. -taglio- Fa parte del comitato editoriale di Footprint, il TU Delft Architecture Theory Journal. I suoi studi sono stati pubblicati su prestigiosi giornali e riviste quali il New York Times, The Guardian, NRC, Haaretz, Volume, Surface, Frame, Metropolis. Suoi lavori sono stati presentati alla Biennale di Architettura di Venezia (2002, 2008, 2016), al Netherlands Architecture Institute (2007), presso la sede dell’ONU di New York (2016), ad Experimenta (2011), all’Het Nieuwe Instituut (2014), all’Istanbul Design Biennale (2014), all’Israel Digital Art Center (2012). Nel 2014 ha realizzato il progetto “Drones and Honeycombs” sui processi globali di militarizzazione dello spazio civico, con una mostra, “2014-1914 - The View From Above” e un ciclo di seminari con diversi esperti, agenzie governative e ONG. Nel 2015 è visiting critic presso la School of Architecture della Syracuse University e nel 2016 è docente di Architettura della Pace presso la Harvard Graduate School of Design. Già finalista per il Harwrard GSD’s Wheelwright Prize nel 2014, è nota soprattutto per aver fondato il think tank di architettura FAST, The Foundation for Achieving Seamless Territory (la Fondazione per il raggiungimento del territorio senza soluzione di continuità). FAST indaga gli stretti rapporti che intercorrono tra architettura, pianificazione urbana e diritti umani nelle aree di conflitto e nel momento della ricostruzione. Lo studio interdisciplinare si serve di ricerca, advocacy e -taglio2- design per dare una misura dell’impatto della violenza nello spazio vitale. La finalità è quella di promuovere, mediante l’architettura, anche giustizia e solidarietà. Shoshan ha analizzato in particolare la situazione architettonica, politica, di pianificazione di paesi quali Israele e Palestina, Georgia, Afghanistan, Iraq, Kosovo e Paesi Bassi. Nel suo saggio “Atlas of Conflict: Israel-Palestine”, del 2010, racconta il problema degli insediamenti e la loro tipologia, l’accesso alle risorse in condizioni di conflitto. E’ anche coautrice del libro “Village. One Land Two Systems e Platform Paradise”, del 2014 che racconta la storia di una comunità di sfollati interni in Israele ideando un masterplan alternativo per il villaggio. All’attivo altre pubblicazioni tra le quali “Zoo, o la lettera Z, subito dopo il sionismo”, “UNMANNED: Architecture and Security Series”. Nel 2016 Shoshan è stata la curatrice del Padiglione olandese per la Biennale di Architettura di Venezia con la mostra “BLU: Architecture of Peace Peace Missions” che verrà raccontata nel suo prossimo libro “BLUE: Peacekeeping Architecture”. Il blue è quello dei caschi dei soldati Onu impegnati nelle missioni di peacekeeping ed è allo stesso tempo il colore simbolo del popolo tuareg. L’infaticabile architetto dimostra come dovremo fare sempre di più i conti con l’impatto dei cambiamenti climatici, delle guerre e degli interventi umani devastanti per il bene di tutti.





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