Libertà d’ispirazione

di Umberto Garberini

Numero 186 - Marzo 2018

Doppio appuntamento con la musica da camera per i concerti dell’Associazione Scarlatti al Teatro Sannazaro


Presso il Teatro Sannazaro, a cura dell’Associazione Alessandro Scarlatti, si sono svolti due prestigiosi appuntamenti con la musica da camera: prima il duo composto da Olli Mustonen al pianoforte e Steven Isserlis al violoncello, entrambi musicisti celebri e di grande esperienza, quindi il giovane trio Sitkovetsky, agguerritissimo ensemble, che si sta rapidamente imponendo sui palcoscenici internazionali. Mustonen è di origine finlandese, Isserlis inglese, due personalità diverse se non opposte - l’uno esuberante nel suo pianismo vorticoso e quasi orchestrale, l’altro dalla cavata limpida e rotonda, eminentemente cantabile anche nei passi di maggiore concitazione. Eppure, dimostravano una fusione e un’intesa musicale a fior di pelle, quasi simbiotica, che si percepiva nelle intenzioni e in ogni amalgama timbrico fra i due strumenti: sfoderavano con disinvoltura le loro armi migliori - bravura, estro, visione - in un clima di assoluta calma e infallibile controllo della incandescente materia sonora. Per esempio la drammatica Sonata in re minore op. 40 di Shostakovich, pagina giovanile del 1934, quanto mai emblematica di quella che sarà la sofferta poetica del compositore e l’assillo di tutta una vita, ovvero la rigida censura sovietica che bandiva come formalistica e borghese qualunque espressione artistica libera e originale. -taglio- Di pari irruenza, seguiva la rara Sonata di Kabalevsky, scritta nel 1962, dalla complessa trama dialogica, per una miscela esplosiva fra percussivi scatti ritmici e un lirismo esasperato: districata nota per nota con metodo implacabile, riaffermava, paradossalmente, quasi per dispetto o reazione ai dettami imposti dalla propaganda, un autocompiacimento e una spettacolarità eclatante fine a se stessa. Fra i massimi esponenti di quel contesto politico-culturale è sicuramente Prokofiev, che celebrò miticamente il regime e morì fatalmente lo stesso giorno di Stalin, il 5 marzo 1953: la sua Ballade in do minore op. 15, composta a ventun anni sotto l’influsso di un gusto tardo romantico e decadente, è forse l’esordio più imprevedibile e sorprendente di un talento così eclettico e dissacrante. Olli Mustonen, a sua volta apprezzato compositore, ha offerto un saggio della sua creatività con la Sonata per violoncello e pianoforte del 2006 e registrata proprio con Isserlis: quasi emanazione e riflesso di suggestioni nordiche ancestrali, fra echi di spazi immensi e paesaggi misteriosi, come in un viaggio alla ricerca delle proprie origine scandinave. La densa e strepitosa locandina trovava infine il suo suggello e pacificazione nel tenero e sognante romanticismo delle cinque miniature schumanniane in stile popolare (Fünf Stüke Volkston, op. -taglio2- 102), delicatamente punteggiate, per spegnersi del tutto nel vago e flebile ritmo di un valzer di Sibelius nel bis. Il trio Sitkovetsky è intitolato al nome russo di una famiglia di musicisti da cui discende uno dei componenti, il violinista Alexander, coadiuvato nel sodalizio dalla pianista cinese Wu Qian e dal violoncellista tedesco-coreano Isang Enders: tre brillantissimi virtuosi, dalla robusta tempra musicale e dalla spiccata vocazione solistica, qui messa al servizio di un’elettrizzante performance d’insieme. Nel giro di poco più di un’ora hanno sintetizzato la nascita e l’evoluzione di un genere: partivano, infatti, dal cosiddetto “Gipsy” Trio di Haydn - lavoro del 1795, finemente cesellato quanto aulico e disimpegnato nei suoi primi due movimenti, ma col suo finale ad effetto, uno scoppiettante rondò all’ungherese - per giungere, in seconda parte, al capolavoro mendelsshoniano, l’op. 49, pieno di slancio e furore incontenibile, salutato come il manifesto del Romanticismo. Nel mezzo, il gran Trio in mi bemolle maggiore op. 70 n. 2 di Beethoven, così tipico, fin dalla nobile tonalità d’impianto, della grandiosa concezione del suo autore: musica assoluta, rivoluzionaria, il cui ampio respiro sinfonico è come una proclamazione d’intenti, una totale rivendicazione della propria libertà artistica e spirituale.





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