L’evoluzione del linguaggio musicale

di Umberto Garberini

numero 178 - Giugno 2017

Nell’anniversario della sua nascita, è stato celebrato il musicista italiano Monteverdi con un concerto a cura dello ScarlattiLab


Nell’ambito della stagione concertistica dell’Associazione Alessandro Scarlatti, si è svolto nella Chiesa dei SS. Marcellino e Festo a Napoli il concerto celebrativo del 450° anniversario della nascita di Claudio Monteverdi (1567-1643). Protagonisti i giovani strumentisti e cantanti del progetto ScarlattiLab, realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Musica Antica del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, con la direzione musicale di Antonio Florio. Quindi la dedica ad Alan Curtis, pioniere e infaticabile cultore e interprete di musica barocca, scomparso nel 2015. Spirito romantico e rivoluzionario, Claudio Monteverdi compie con la sua opera una svolta epocale, segnando il discrimine tra passato e futuro, tra “prima pratica” e “seconda pratica”, dal rigorismo polifonico alla libertà dell’ispirazione. Le due canzonette a 3 voci, “Raggi dov’è il mio bene” e “Sì come crescon” (1584), ne sono state subito l’esempio lampante: il delicato intreccio melodico seguiva e assecondava il testo come morbida cera di un calco perfetto, in una fusione ideale fra suono e parola; la semplicità descrittiva e il carattere lieve e arguto sono i tratti tipici della migliore tradizione del genere. -taglio- All’opposto, di stile elevato e severo, il veemente e lirico recitativo “Dormo ancora o son desto”, dall’opera “Il ritorno di Ulisse in patria” (1640), vero e proprio atto ribellione e violento sfogo dell’eroe omerico contro un destino avverso; il modello è la perfezione greca, alla ricerca di una forma poetica come sintesi suprema di arte e vita, umana passione e bellezza eterna. Emblematico, al riguardo, il celebre “Lamento di Arianna” (1608), culmine di una oratoria musicale giunta a compimento, che scolpisce, con accenti di drammatico realismo, la complessa psicologia e lo smarrimento interiore di un’anima prostrata da un doloroso abbandono: la vocalità, nella sua essenza di pura espressione dei sentimenti, prende definitivamente il sopravvento, sancendo storicamente la nascita del melodramma. Ultimo brano in programma il “Ballo delle Ingrate”, pubblicato nel 1638 nell’ottavo libro dei “Madrigali guerrieri et amorosi”: monito, in stile rappresentativo, rivolto alle donne e alle fanciulle a non -taglio2- disprezzar l’amore, peccato capitale, punito da Plutone nel fuoco dell’Inferno: la drammatizzazione musicale è completa, strumenti, canto, parola, gesto, pur nella spregiudicata sperimentazione individuale, concorrono unitariamente alla trasfigurazione sonora e alla sincera espressione degli affetti. Esecuzione accuratissima, plastica e scorrevole, con voci femminili in primo piano, espressive e tornite: dai soprani Federica Pagliuca, Olga Cafiero, Magdalena Szymanska, ai mezzosoprani Daniela Fontana e Daniela Salvo, al contralto Angela Gaetana Giannotti; quindi quelle maschili di Leopoldo Punziano, agilissimo tenore, al vigoroso accento del basso Carlo Feola. Non meno rilevante l’apporto sinergico e concertante dell’ensemble strumentale, fra cui spiccavano le tipiche e grandiose tiorbe rinascimentali, sia con interventi di commento e nobile sostegno, sia con autonome e armoniose punteggiature; il tutto coordinato e diretto con tocchi essenziali e mano sapiente da Antonio Florio.





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