Leaderismi e confusione

di Adriano Fiore

Numero 184 - Gennaio 2018

Nella più totale incertezza su quanto saprà produrre il panorama politico italiano nei prossimi mesi, una delle cose che sembra essere assodata (almeno per il momento) è che si voterà entro i primi quindici giorni di marzo.


Nella più totale incertezza su quanto saprà produrre il panorama politico italiano nei prossimi mesi, una delle cose che sembra essere assodata (almeno per il momento) è che si voterà entro i primi quindici giorni di marzo. Quando ho appreso la notizia, subito mi è venuto in mente il bel film di Clooney “The Ides of March”, che per l’appunto svela tormenti e sotterfugi di un’ipotetica quanto verosimile campagna elettorale americana. Le idi di marzo, ovviamente, si riferiscono al cesaricidio, ed anche stavolta, paradossalmente, ci potrebbero essere tutti i presupposti affinché, metaforicamente, la tragedia si ripeta. Almeno nello scenario politico attuale, di “Cesare” tuttavia ce n’è più d’uno, ed infatti l’aspetto forse più interessante di questo nuovo appuntamento elettorale sarà proprio questo: -taglio- chi finirà per essere “fatto fuori”? Chi vedrà irrimediabilmente terminata (o almeno messa a dura prova) la propria carriera politica? I candidati all’eliminazione sono in pratica tutti i contendenti in campo: cominciamo da Berlusconi, che se non vince o riesce a strappare almeno un dignitoso consenso, verrà dato inevitabilmente per finito – e magari, data l’età che avanza, potrebbe farsene una ragione anche lui stesso – ; ma lo stesso potrebbe accadere per Renzi, che oramai è in equilibrio sull’ultimo (unico?) pilastro che regge la sua leadership, la vittoria alle europee del 2014, ed a cui una nuova sconfitta costerebbe inevitabilmente la sopraffazione da parte dei senatori del partito. Dal canto loro, però, i rappresentanti della vecchia guardia della sinistra – sull’asse Bersani-D’Alema – anch’essi sono al banco di prova, per capire se la loro figura ha ancora ragion d’essere o se sono simboli di un’epoca definitivamente terminata (e di cui si ritroverebbero ad essere gli ultimi ad essersene accorti). C’è poi Salvini che si è giocato il tutto per tutto aprendo al Sud, sconfessando il leader storico Bossi e puntando sulla questione immigrati, ma che se non vince pagherà caro aver prestato il fianco a Roma Ladrona ed ai terroni; ed infine c’è Di Maio, teoricamente il “nuovo che avanza”, anche se il problema è che a tutti appare a metà fra un democristiano vecchio stile che parla tanto ma dice poco, ed una “marionetta di partito” da usare e gettare in caso di disfatta, come peraltro accade purtroppo a molti del Movimento, incapaci di rispondere anche a domande semplici se prima non si è espresso “il popolo sovrano della rete” aka Beppe Grillo. Fra tutti questi, lungimiranti sono stati quelli che, vedendo la tempesta all’orizzonte, hanno deciso di fare dietro front con un’uscita di scena di stile per “salvare il salvabile”, leggi Alfano e Di Battista, -taglio2- ma non mancheranno a riempire le schede elettorali gli impavidi alla Pippo Civati, che con l’attuale sistema elettorale al pari Leonida e gli altri 299 contro Serse avevano più speranze. Di conseguenza, dato che qualcuno dovrà pur vincere, la domanda è: ci sarà un solo trionfatore e tanti che dovranno abbandonare la loro vita politica come hanno già fatto in passato i vari Letta, Veltroni etc.? Non necessariamente, e questo perché nel nostro paese così come c’è qualcuno che (forse) vince grazie ai consensi ricevuti, d’altro canto l’indomani delle elezioni, a meno di clamorose débâcle, sembra che non perda mai nessuno. Tutti si dichiarano soddisfatti dell’esito del voto, della forza della loro base, dei tanti che li hanno scelti e per i quali lavoreranno sodo affinché ne vengano preservati i diritti e gli interessi, che tradotto significa un “non vi libererete mai di noi” come ha dimostrato finora la nostra storia repubblicana. L’unica variabile rispetto a tale dinamica potrebbe essere rappresentata da un Governo 5 Stelle, perché significherebbe la definitiva ascesa al potere dell’antipolitica, di chi si è proposto con tanti “contro” nel programma ma con ben pochi “pro” realmente trasversali. Perché, dopo ciascuna campagna elettorale ed annessi proclami, ciascun rappresentante del popolo dovrebbe sempre tenere a mente che lo rappresenta con tutte le sue sfaccettature, di destra e di sinistra, di immigrati e naturalizzati, di atei e credenti, di etero e omosessuali, di uomini e di donne, di grandi e bambini, oltre a tutte le categorizzazioni che forse pure lasciano il tempo che trovano. Solo quando sarà chiaro che la cosa da gestire è quella di tutti e non di pochi, allora davvero potremo dirci orgogliosi del nostro Paese e di chi lo rappresenta, in cui di Cesari non ci sarà nemmeno l’ombra, ma con solo una grande ed illuminata agorà.





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