Lavorare stanca, perciò dà forza

di Franco Salerno

Numero 183 - Dicembre 2017

Dalla Bibbia alla letteratura latina si snoda la lunga strada del resistere alle fatiche per ricavarne ancora di più energia ed autostima


“Lavorare stanca”: così circa 80 anni fa Cesare Pavese titolava la sua prima splendida raccolta di poesie, facendo del “piemontese sodo e stoico e laborioso e taciturno” un modello di lavoratore, che, pur credendo nel lavoro come valore, ne evidenzia il peso e l’oppressione sull’individuo, il quale ne esce sfiancato in un mondo rispetto a cui si sente estraneo. Al tempo d’oggi, si sta riproponendo una situazione similare. Andare al lavoro ogni giorno non sempre è gratificante, spesso anzi dà una sensazione di fallimento, senso di stanchezza e malessere fisico e psicologico, insomma quello che gli psicologi e gli psichiatri hanno catalogato come "esaurimento professionale", denominando questa condizione come “burnout”, che letteralmente indica il “consumarsi bruciando”. -taglio- Non sempre oggi è facile uscire da questo tunnel devastante, proprio perché sottile e insidioso. E allora, come al solito, andiamo ad ascoltare la voce, antica eppur moderna, dei Classici della cultura antica, per tentare di apprendere da loro qualche soluzione. Nella “Bibbia” il “non voler mollare mai” equivale alla “fortezza”, parola complessa, che indicava non solo la forza fisica, ma soprattutto la forza morale. In tal senso, equivaleva al coraggio, alla pazienza, alla sopportazione. Quella stessa sopportazione che ebbe il popolo ebraico, quando fu prigioniero dei Babilonesi prima e degli Egiziani dopo. E che lo sorresse nel faticoso viaggio attraverso il deserto fino alla Terra Promessa. Per i Greci la “fortezza” diventò una delle virtù fondamentali non solo dell’individuo, ma anche del cittadino, come prerogativa dei politici e dei guerrieri. Per Aristotele, per superare la stanchezza ella prova, era necessario avere sempre un auto-controllo, per non cadere nei due eccessi dell’impetuosità e della viltà. Nella Roma antica, questo Valore celebra poi il suo trionfo. Il moderno “Non mollare” (dai fratelli Rosselli a Winston -taglio2- Churcill) sembra essere stato lo slogan degli antichi Romani. Non mollano, infatti, i difensori dell’Urbe, quando resistono all’assalto dei Galli e rimangono immobili mentre essi irrompono nel Senato. Non mollano i guerrieri romani contro i Sanniti, che li hanno umiliati alle Forche caudine. Non mollano i condottieri delle Guerre Puniche, come Cornelio Scipione, che va a sfidare e a sconfiggere Annibale all’interno della sua patria, in Africa. Gli scrittori latini poi hanno coniato molti aforismi e modi di dire sul fatto che attraverso la fatica, le difficoltà e le sofferenze si arriva alla felicità. Cominciò Virgilio, che in passo dell’ “Eneide” fa dire al dio Apollo nei confronti di Ascanio, figlio di Enea, vittorioso nel combattimento contro i nemici: “Così si va verso le stelle”. Da questa frase ne sono scaturite tante altre, come “Per aspera ad astra” (“Attraverso le asperità si arriva fino alle stesse”) e “Per angusta ad augusta” (“Attraverso le strettoie si arriva fino alle cime elevate”).Esempi,questi,che celebrano la fortezza d’animo e la virtù: due doti, di cui oggi si sente un forte bisogno.





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