La felicità questa sconosciuta

di Franco Salerno

Numero 184 - Gennaio 2018

Una parola che è come l’Araba fenice: da Orazio a Weber


Felicità: parola antica e sempre attuale. Dalla notte dei tempi tutti la cercano, tutti la desiderano, tutti la sognano. Eppure essa sfugge come una lepre o come un’anguilla o, riprendendo un mito antico e parafrasando Pietro Metastasio, è come l’Araba fenice: “che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa.” Certo, essa non alberga in questa nostra società falsamente “moderna” e perennemente connessa, in realtà appiattita su un “qui ed ora” alienante e straniante. Anche noi non sappiamo in quale landa essa abbia messo le sue tende, spesso mimetizzate nel deserto del nostro tempo; perciò proviamo a capire almeno come i nostri antenati del mondo classico, che non hanno avuto una vita facile, se la sono cavata in questa odissiaca ricerca. Partiamo dal significato originario dell’aggettivo “felix”. Deriva dal verbo greco “phýo”, che significava “generare”: dunque il concetto di “felicità” era inizialmente collegato a quello di “fertilità”. -taglio- Catone, ad esempio, usa l’espressione “arbor felix” (“albero fruttifero”) ed è a tutti nota la definizione della nostra regione come “Campania felix” (appunto “fertile”). Il sostantivo “Felicitas” era anche accoppiato a Giunone, che in tal caso era considerata come dea della Felicità. In tale veste, a lei erano dedicati a Roma molti templi (uno sul Campidoglio), in cui veniva raffigurata con il caduceo (un’asta con due serpenti intrecciati e due ali aperte alla sommità) e con la cornucopia (un corno colmo di frutti e fiori, simbolo di abbondanza). E vediamo che cosa dicevano della felicità i poeti. Scegliamo, fra tutti, Orazio. Negli “Epodi” egli scrisse: “Felice colui che, libero da preoccupazioni, come l’antica gente, lavora ancora il campo del padre con i propri buoi, senza debiti che lo opprimano”. Una felicità, che si accontenta, oggi qualcuno potrebbe dire, di poco. Ma se andiamo a leggere con l’ottica di oggi questi versi, ispirati ad una profonda sanità morale, ci rendiamo conto del fatto che spesso per un giovane della nostra epoca l’obiettivo oraziano non è raggiungibile (forse non è nemmeno cercato): egli non -taglio2- riesce non solo a migliorare lo standard di vita dei genitori, ma nemmeno a continuare il loro mestiere o professione. E aggiunse nelle “Odi”: “Felice e padrone della sua vita è chi può dire ogni giorno ‘Ho vissuto’. Il padre Zeus riempia domani il cielo di nuvole nere o di luminoso sole; non potrà tuttavia rendere vano il passato, cambiare, cancellare quello che una volta l'attimo fuggente mi ha concesso”. Da questa concezione della felicità scaturisce come conseguenza una presa di atto della realtà delle cose, non come piatta acquiescenza alla propria immodificabile condizione sociale, ma come valutazione realistica degli eventi. Perciò saggiamente scrisse il commediografo latino Terenzio: “Se non può accadere ciò che vuoi, almeno fa’ in modo di volere ciò che è possibile”. Con lieve variazione il più grande sociologo del secolo scorso ci ha consegnato un aforisma, segno di grande saggezza: “Fa’ ciò che puoi, succede quel che deve”. Almeno, sappiamo con noi stessi che dobbiamo essere felici, perché abbiamo puntato in alto. Poi decide la Storia.





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