Jannis Kounellis

di Joanna Irena Wrobel

Numero 176 - Aprile 2017

Una creatività vulcanica e briosa, una vita sempre in movimento, una ricerca artistica in continua ascesa dall’arte povera alle intriganti installazioni dell’età matura, caratterizzano il percorso di un grande maestro dell’arte contemporanea, Jannis Kounellis.


Nato a Pireo (Grecia), arriva in Italia nel 1956, dove inizia a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Roma, allievo di Toti Scialoja e dei maestri Mino Maccari, Franco Gentilini e Ferruccio Ferrazzi. Sono gli anni della rivoluzione di Jackson Pollock, celebrato dalla mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna (1958), diretta da Palma Bucarelli. Epoca di significativi cambiamenti, di nuovi movimenti, di rifiuto dell’arte tradizionale, di scontri e di incontri, dove la pittura, per come il Novecento europeo ancora la conosceva e ammirava, non ha senso di esistere più. Kounellis fa suo quel bisogno di rottura, quella volontà di evadere, quella necessità di impossessarsi dello spazio, di cercare nuovi mezzi e percorsi, non più solo limitati alla superficie della tela. Per l’artista greco ciò che conta è la teatralità dell’Arte: il suo potere di svelare, di sorprendere, di stupire. Lui stesso, nelle sue opere, inserisce elementi inusuali, poveri, desueti: sacchi di carbone, vestiti dismessi, scarpe consumate, tessuti logori. Segni di un’esistenza vissuta e passata, i continui pro memoria per le future generazioni. Il 1968 diventa per Jannis Kounellis un anno di svolta, principio di fama e di grande successo. -taglio- Partecipa alla collettiva “Arte povera + azioni povere”, mostra di soli tre giorni agli Antichi Arsenali di Amalfi, promossa da una coppia di giovani collezionisti, Marcello e Lia Rumma e curata dal giovanissimo critico Germano Celant. L’esposizione diventa un evento straordinario e dà il nome ad un nuovo movimento artistico. In quei giorni, ad Amalfi, nasce l’Arte Povera. Un termine, che Celant mutua da Grotowski, da una sua idea che ci fosse un teatro povero:” La povertà è il peso del dramma”. L’incontro di Amalfi diventa una vera e propria performance, che vede una attiva partecipazione di tutti: artisti e visitatori, turisti e abitanti, critici d’arte e collezionisti. I lavori nascono site specific, sotto gli occhi di tutti: installare le opere coincide con la loro creazione. Il pubblico può osservare gli artisti nel pieno atto creativo, ogni barriera tra visitatore e artista svanisce completamente. Quei tre giorni diventano dibattito aperto tra fruitori e artisti stessi (Anselmo, Boetti, Piacentino, Fabro, Paolini, Merz, Pistoletto, Zorio). Nel 1969 Kounellis espone nella galleria L’Attico di Roma. Una vera protagonista di quell’evento è un’unica opera siglata: “Senza titolo (12 cavalli)”. Un gesto provocatorio, in cui per il solo fatto di occupare uno spazio destinato alle esposizioni, anche i 12 (vivi) cavalli diventano opere d’arte, rompendo il consueto linguaggio espressivo. -taglio2- Le opere di Jannis Kounellis stupiscono e fanno discutere. Vengono selezionate ed esposte, per ben sette volte, alla Biennale di Venezia, si possono ammirare nelle mostre dalla America alla Cina. Un legame speciale, che si è consolidato nei lunghi anni, unisce l’artista greco alla città di Napoli. Qui, ha esposto numerose volte nella galleria di Alfonso Artiaco. Qui, al Museo Madre, ha portato anche i suoi 12 cavalli. E proprio per Napoli, per la stazione della metropolitana di Piazza Dante, ha ideato un’opera che rende bene l’idea di cosa sia l’arte di Jannis Kounellis. Una vasta parete solcata da frammenti di binari del treno con decine di paia di scarpe incastrate sotto le barre di acciaio. Chi scende le scale mobili non può fare a meno di vederla: una moltitudine di persone la incrociano ogni giorno, senza volerlo. L’ idea di movimento, di spostamento, di viaggio continuo, che è anche il loro: ogni istante, in fretta, per non perdere un treno. Il viaggio, in sé, diventa il principio e la fine dell’opera di Kounellis. Diceva l’artista in una delle sue ultime interviste:” Sono solamente un pittore, volevo uscire dal quadro e dialogare con il pubblico”. Le parole, si sa, svaniscono facilmente. Rimane l’arte di Kounellis, che continuerà a dialogare con tutti i curiosi del mondo, mentre lui stesso, chissà come e dove, continuerà a viaggiare...





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