Inversione di rotta

di Antonino Ianniello

Numero 179 . Luglio-Agosto 2017

Dopo aver esteso i propri orizzonti ed essersi immerso nella ricerca ed in un sorta di contaminazione, ‘Salerno Jazz Festival’ chiude i battenti proiettandosi verso l’ottava edizione del 2018


La sorprendente kermesse si è conclusa con una standing ovation allo staff organizzativo del prestigioso Conservatorio di Musica “G.Martucci” di Salerno e con un lungo applauso che, simbolicamente, è stato indirizzato a tutti gli artisti che si sono alternati sul palco del Teatro Augusteo per la settima edizione del “Salerno Jazz Festival”. L’evento è stato, anche quest’anno, fortemente voluto da tutto il Conservatorio di Musica salernitano ed in particolare dal M° Imma Battista, Direttore dell’ Istituto, ormai tra i più importanti d’Italia. Insomma, gli appassionati della musica e del jazz, hanno potuto godere di una rassegna da favola e di un’organizzazione perfetta in ogni suo dettaglio. Imma Battista non avrebbe potuto fare di più, anche se la gente avrebbe voluto almeno un’altra serata. Alla chiusura della rassegna jazz s’è fatto il punto della situazione chiacchierando con Carlo Lomanto e Paolo Cimmino, entrambi docenti del Conservatorio e direttori artistici del Festival: “Le serate sono state pensate a lungo ed abbiamo deciso di far sì che anche gli emergenti potessero venir fuori. Non è stato assolutamente un caso se proprio loro hanno fatto da supporter band. Questa settima edizione della rassegna l’abbiamo progettata con delle presenze di alto livello, proprio per gli allievi del Vocal & Percussion Ensemble. Inutile raccontare l’apprensione dei ragazzi durante le prove. -taglio- Non stavano più nella pelle: avrebbero condiviso il palco con jazzisti di grosso calibro, un’emozione davvero forte per loro.” Le attrazioni di ‘Salerno Jazz Festival 2017’ sono state soprattutto le “guest star” del genere afro, jazz e funky, nella seconda serata con Richard Bona. Il bassista di colore e di fama internazionale, si è espresso ai massimi livelli, affiancato da una formazione tutta italiana: Antonio Muto (batteria), Alessandro Scialla (piano e tastiere), Ciro Manna (chitarra) e, dulcis in fundo, Gianfranco Campagnoli (tromba). Guglielmo Guglielmi, la sera stessa, ha aperto il concerto insieme agli ‘Academic Ensemble’ con ‘Contemporary Jazz Project’. Suoni avvolgenti e scelti con cura, ispirati a pietre miliari del jazz contemporaneo: Wayne Shorter, Al Jarreu ed Herbie Hancock, per citarne qualcuno. Ha chiuso il Festival l’indiscussa “lady” del jazz nostrano: la napoletana Maria Pia De Vito, accompagnata dal talentuoso sassofonista soprano, che risponde al nome di Sandro Deidda. L’opening dell’ultima delle tre serate della kermesse è stata ad appannaggio di Carlo Lomanto e Paolo Cimmino con il loro ‘Vocal & Percussion Ensemble’ e con brani che hanno saputo coinvolgere l’intera platea, diffondendo entusiasmo e gioia tra i presenti, grazie ad una pregiata contaminazione e ad una ricerca musicale infinita. La sera dell’esordio di Salerno Jazz Festival, invece, è stata affidata all’ottimo quartetto de pianista Francesco D’Errico, con Ilaria Capalbo, virtuosissima contrabbassista dal pizzico raffinato, -taglio2- Francesca Simonis, voce sicuramente destinata ad una brillante carriera e Marco Fazzari, batteria di calibro. A seguire un intimo del grandissimo Al Jarreau - da poco scomparso - e di Quincy Jones: il balladeer gallese Ian Shaw. L’artista ha fatto vibrare le sue corde vocali omaggiando proprio Jarreau. Shaw, accompagnato da Alessandro Diliberto al piano; da Tommaso Scannapieco al double bass, artista misurato e virtuoso e ritenuto, non a caso, erede naturale di Rino Zurzolo e dal grande Enzo Zirilli alla batteria. Imma Battista ha dichiarato: “Sono contentissima di questa rassegna e quando la musica si esprime si concede e crea un feedback con un pubblico sempre più grande, più vasto e variegato. Questa settima edizione è stata l’espressione di un’iniziale scommessa, non volevamo una musica che avesse il vincolo accademico, colto, il jazz è una musica fortemente colta, ma questo lo si sta scoprendo da poco tempo, perché nei conservatori - che sono per istituzione delle accademie di alta formazione - c’è stata questa inversione di tendenza, grazie alla quale è stata accolta e poi nutrita questo tipo di musica. Il nostro conservatorio ha istituito per primo la cattedra di jazz in Campania ed ha un parterre di musicisti che fa invidia a tutta l’Italia e non solo. Ritengo che crescendo si possa arrivare sempre più in alto ed alla condivisione di un unico pensiero. Il jazz è qualità e noi lo abbiamo dimostrato.”





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