Il medico ieri e il medico oggi

di Alfredo Salucci

Numero 177 - Maggio 2017

La figura del medico negli ultimi decenni è cambiata profondamente sotto molti aspetti. La preparazione è diversa, oggi si studiano cose che nemmeno si pensavano potessero esistere qualche decennio addietro.


Ora quel professionista della salute lo possiamo ritrovare sono in qualche film d’epoca. Quel signore austero, che avanzava con passi lenti, sicuro di sé, almeno apparentemente, sempre con la sua borsa piena di cose strane, non c’è più. Ancora di più è cambiato il rapporto fra medico e paziente. Il medico di ieri aveva certo un’altra personalità o, almeno, così appariva. Sembrava sicuro del suo sapere, convincente nell’esporre, tranquillizzante sull’esito del malanno. I mochi rimedi che aveva a disposizione li utilizzava al meglio. E che cosa confortavano la sua diagnosi e la sua terapia? Innanzitutto la visita. -taglio- Era sempre una visita scrupolosa, fatta secondo i saldi principi della semeiotica che, indipendentemente dalla presunta malattia, comprendeva tutto il corpo. Il medico di ieri visitava bene e completamente il malato, anche perché doveva suffragare la sua ipotesi diagnostica che non poteva avere altro fondamento che le convinzioni che derivavano da un attento esame del malato, da cui, poi, doveva scaturire la terapia. Il medico di ieri non aveva altri mezzi oltre le sue capacità diagnostiche. Non poteva demandare ad altri specialisti, davvero introvabili o irraggiungibili, né poteva chiedere il conforto di indagini sia esse cliniche sia strumentali. Il tutto si doveva concludere subito, senza rimandi, con il lavaggio delle mani, che a casa del paziente diventava un rituale: catino nuovo, saponetta da aprire, perché mai usata, e asciugamani rigorosamente candido e stirato. Le ultime raccomandazioni, la terapia, un misto fra vecchi e nuovi rimedi; e il medico, sempre a passo lento, si allontanava, fra i saluti e gli inchini dei familiari del malato. Conseguenze per un’errata diagnosi, o per una terapia sbagliata? In sostanza, nessuna. Se le cose andavano male la colpa era del fato. Il destino così ha voluto o doveva andare così, questi erano i commenti. E il medico? Non aveva mai colpa. In fondo non si poteva pretendere altro da un professionista che in ogni caso con i pochi mezzi a disposizione faceva quello che poteva. E gli ospedali? I pochi attrezzati esistenti, erano irraggiungibili ai più, negli altri ospedali, quelli di periferia, le cure non cambiavano molto, rispetto a quello che si poteva fare a casa, anche la diagnostica ematochimica e strumentale era molto -taglio2- limitata. Oggi la scienza medica è altro rispetto a prima; è cambiato completamente il modo di fare medicina. Oggi il medico non è più un soggetto pieno di umanità che al capezzale del paziente cercava la diagnosi e la terapia per debellare il male. Oggi il medico è altro. È un professionista serio carico di impegni, le cui competenze devono necessariamente essere anche di tipo informatico, statistico, legale e burocratico. I tempi sono diventati sempre più stretti, le richieste sempre più esigenti, così il pericolo di sbagliare e il timore delle conseguenze è diventato, purtroppo, il primo problema per il medico. Bisogna fare attenzione ai protocolli diagnostici e terapeutici, che vanno rispettati correttamente, si deve evitare di aumentare la spesa sanitaria in modo incongruo, si deve evitare di incorrere in sanzioni amministrative o addirittura penali. Il medico di oggi si trova nella penosa condizione di poter sbagliare sia in eccesso sia in difetto. In questo stravolgimento della sanità la cosa che soffre di più è il rapporto medico paziente, un rapporto diventato veloce, asettico, praticamente sterile in tutti i sensi. Certo non sono cambiati i medici; è cambiato il modo di fare medicina. Ma questi mutamenti sono avvenuti in un modo così rapido e poco accurato da non consentire di salvaguardare la cosa più importante da salvare: il rapporto medico paziente. Si può rimediare? A questa domanda è difficile rispondere. Forse sì. Ma potremmo anche esserci avviati verso un modo di fare che contempla sempre meno certi rapporti, e questo, purtroppo, non si rileva solo nella pratica medica.





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