Il fascino delle “cupole”

di Gennaro Santarpia

Il grande architetto, famoso per i suoi originali moduli abitativi, spiega il percorso delle sue creazioni ed il suo amore per l’Africa. Dove ancora tutto è possibile


L’architetto Fabrizio Caròla, da anni impegnato a sostenere l’efficacia di un modello costruttivo fondato sul recupero di elementi della tradizione mediterranea con archi, volte, cupole, è riuscito a dare corpo e significato ad un’idea di architettura come spazio primario. Il suo primo incontro con l’Africa avviene nel 1972, e da lì inizia il uso viaggio in un continente che lo affascinerà e nel quale costruirà le sue “cupole”, diventate famose in tutto il mondo. Al centro della creatività di Caròla c’è sempre la materia, la struttura e la forma: una concretezza che ha saputo trasformare in vera arte. "Fare è imparare a fare": questa regola governa la “comunità” che si raccoglie intorno a Fabrizio Caròla, un maestro che insegna ai giovani architetti del futuro anche a San Potito Sannita, un piccolo paese della provincia di Benevento dove architetti, studenti di architettura ed insegnanti si ritrovano ogni anno per dar vita ad un laboratorio di architettura, praticata come “mestiere”. E dove spesso racconta delle grandi esperienze regalategli dal Continente Nero. “In Africa ho appreso le tecniche ed i materiali costruttivi della tradizione locale, in particolare ho iniziato una rivisitazione delle cupole di derivazione nubiana realizzate con l’ausilio del ‘compasso ligneo’ – ci spiega – “Per conto di organizzazioni non governative, sono riuscito ad attuare una serie di ricerche sull’abitare, sull’edilizia scolastica e sulle tecniche costruttive tradizionali. Quello che maggiormente ha attirato la mia attenzione è la relazione tra materiali e ambiente, e soprattutto l’architettura spontanea. Sempre in Mauritania, poi, ho imparato ad utilizzare il compasso ligneo, di cui intravedo grande efficacia e molte possibilità”. Per farci raccontare di più di sessant’anni di grandi opere e progetti, incontriamo l’architetto Caròla, in occasione della presentazione dell’opera a cura di Luigi Alini “Fabrizio Caròla” – opera e progetti 1954-2016”, presso il Palazzo Gravina di Napoli.

Iniziamo dalle sue “cupole”: quali i materiali con cui le costruisce? “Di certo il materiale privilegiato è la terra, sia cruda sia sotto forma di mattone cotto. Un materiale che lavora bene a compressione, facilmente reperibile e riproducibile sul posto: volte, archi e cupole rispondono efficacemente ai criteri di economicità e rapidità di esecuzione.”

Quale l’opera che maggiormente l’ha soddisfatta?

“Di sicuro il Kaedi Regional Hospital, in Mauritania, che rappresenta l’espressione della sostenibilità delle costruzioni. Le cupole dell’ospedale sono a doppia calotta: l’intercapedine tra i gusci garantisce un’efficace isolamento termico. Alla base delle cupole, bocchette di ventilazione, realizzate anch’esse in terracotta, consentono il passaggio dell’aria nell’intercapedine.”

Negli anni in cui la cultura architettonica “ufficiale”, sosteneva l’idea di uno stile internazionale, lei compiva un viaggio alla ricerca delle radici…

“Si, e molti l’hanno considerata un’operazione di retroguardia, mentre di fatto guardare all’Africa mi ha dato la possibilità di partire da un luogo dalla sua storia per giungere alla realizzazione architettonica, ciò vuole mettere al centro la cultura dell’abitare.”

Vi è nella sua struttura di mattoni anche una visione filosofica della vita?

“Nelle mie ‘cupole’, ogni mattone sostiene l’altro, sino ad innalzare la struttura, che è armonica proprio grazie al sostegno reciproco di tanti piccoli mattoni messi insieme. Se anche nella vita accadesse ciò, riusciremmo a vivere in una società sostenibile, dove ognuno facendo la sua parte sostiene l’altro, affinché la vita possa essere possibile per tutti.” -taglio- "Volevo una vita vera e l’ho avuta. Ho avuto molto e ora sento il bisogno di restituire": è questa una frase che lei dice spesso, ce la spiega meglio?

“Ad un certo punto della mia vita ho dovuto decidere se restare in occidente e creare le mie opere architettoniche senza difficoltà o affrontare la vita reale, la vita vera, quella che può risultare più faticosa. Tra le due ho scelto la seconda e non me ne sono mai pentito. Il mio amore per l’Africa mi ha portato a iniziare a cercare di creare una relazione tra l’Italia e questo continente assolutamente unico. Ho quindi fondato l’associazione NEA (Napoli Europa Africa) nella convinzione che solo attraverso il dialogo ed il confronto, si può immaginare e realizzare un ‘futuro possibile’.”

Volgendo lo sguardo ancora più indietro, quando ha capito che sarebbe diventato un architetto?

“A tredici anni. Non so perché, ma poi non ho più cambiato idea. Ho alle mie spalle tre generazioni di ingegneri-imprenditori da parte di padre e tre generazioni di architetti da parte di madre, può darsi che sia questa la spiegazione.”

Tra gli architetti del ‘900, quali ha amato di più?

“Wright soprattutto, perché mi è sempre sembrato il più umano; e poi Gaudì, di cui mi affascinava la straordinaria capacità di costruire, messa al servizio di libertà e fantasia.”

L’Africa nella mente e nel cuore, possiamo chiamarlo “mal d’Africa”?

-taglio2- “L'Africa mi ha dato l’opportunità di esprimermi liberamente: nel bene e nel male, ma libero. È un continente non ancora oberato come il nostro da norme, articoli, commi e divieti che opprimono la nostra vita e la naturale creatività.”

Cosa prevale nelle sue costruzioni, il cuore o la logica?

“Personalmente non ho un pensiero dell’architettura, ma un procedimento logico nel progettare. Ogni elemento del progetto ha per me una sua precisa funzione. Non vi è nulla di inutile o di preconcetto. Rispetto il rapporto fra materiale, tecnologia, funzione e forma, perché dal corretto rapporto di questi quattro elementi dipende l’economia del progetto ed anche la sua riuscita.”

Cosa l’affascina delle cupole?

“La cupola è una forma di copertura che mi ha sempre attratto ed affascinato fin da quando, ancora ragazzo, ho pensato di diventare architetto. Quando mi sono chiesto il perché di questa mia attrazione, ho trovato più risposte ma nessuna sufficiente; forse però tutte valide, perché tutte insieme danno una risposta, se non completa almeno sufficiente. La cupola appartiene al mondo delle curve e confesso che non ho amore per le superfici piane, squadrate, piegate ad angolo retto con spigoli vivi. Trovo che le superfici curve e raccordate siano più vicine alla forma della natura e perciò più adatte a racchiudere o accompagnare la vita dell’uomo.”





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