Gli esordi della democrazia

di Franco Salerno

Numero 185 - Febbraio 2018

L’idea del Bene Comune nei pensatori della cultura greco-latina


Il bene comune si va affermando, in questo inizio di Millennio, come uno dei valori fondanti di una nazione. Addirittura il Prof. Simon Anholt, docente della “University East Gallia”, ha recentemente coniato il “Good Country Index”, cioè un indice che misura il contributo di ogni paese al Bene comune dell'Umanità. Del resto, una delle frasi più famose della storia del Novecento è “Non chiederti che cosa può fare il tuo Paese per te, chiediti invece che cosa puoi fare tu per il tuo Paese": essa fu pronunciata da John Fitzgerald Kennedy il 20 gennaio 1961, giorno del suo insediamento alla Casa Bianca. Però, se andassimo ad analizzare la storia antica, rintracceremmo sicuramente una serie di tesi e di idee che chiarirebbero anche a noi, uomini del Terzo Millennio, che cosa significhi vivere in una società civile, in cui ognuno dovrebbe dare il proprio contributo al Bene comune e pubblico. -taglio- Del resto, il concetto di “Stato” veniva indicato nell’antica Roma con l’espressione “Res publica”, letteralmente “la Cosa pubblica”. E la giurisprudenza e la filosofia della politica romana hanno tramandato al Repubblicanesimo moderno un concetto ancora valido della democrazia, che si fonda sulla libertà da ogni tipo di dipendenza e sulla legittimità della critica verso il Potere. Infatti, a Roma il semplice cittadino poteva far ricorso al giudizio dei “Comizi”, quando aveva il sospetto che un magistrato avesse commesso un’ingiustizia verso di lui. Cicerone e Tacito (l’uno in epoca repubblicana, l’altro nell’era imperiale) erano concordi nel ritenere adatta al popolo romano una costituzione repubblicana. Anche se, naturalmente, si rendevano conto dei rischi della degenerazione del potere delle masse. Fu lo storico greco Polibio, vissuto peraltro dal 166 a. C. per 17 anni a Roma, a comprendere che, “Se tutto venisse guidato dall’impulso incontrollato di una plebe, il regime che ne nascerebbe non dovrebbe essere più chiamato ‘democrazia’, cioè ‘potere del popolo’, ma ‘oclocrazia’ ovvero il governo dell’ -taglio2- ‘òchlos’, cioè della ‘massa’, un governo falsamente popolare che finisce per creare una situazione di latente anarchia, esprimibile con la metafora della ‘ciurma senza nocchiero’.” Recentemente la grecista Eva Cantarella ha ricordato che nell’antica Grecia “le cariche pubbliche venivano assegnate per sorteggio e che, a evitare i possibili rischi, il sorteggiato, per accedere alla carica, doveva superare un esame (‘dokimasìa’), durante il quale gli si chiedeva, tra l’altro, se aveva pagato le tasse e fatto il servizio militare. E ancora: a chi aveva dilapidato il patrimonio Solone aveva vietato di partecipare alle assemblee perché, scrive Eschine, ‘credeva impossibile che uno stesso uomo fosse cattivo nelle questioni private e buono in quelle pubbliche, e che non si dovesse concedere la parola a chi era capace nei discorsi, ma non nella vita’. Come non essere colpiti dal fatto che millenni or sono i Greci pensavano che le cariche pubbliche dovessero essere esercitate da persone degne, e cercassero di assicurarsi che questo accadesse?”





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