Ferzan Ozpetek

Legami

di Laura Fiore


Ritroviamo al cinema uno dei registi più amati e criticati degli ultimi anni, con il suo nuovo film che è già destinato a diventare un cult, grazie alla presenza costante e velata di una coscienza civile molto forte


Ferzan Ozpetek è tornato. È appena uscito nelle sale italiane “Rosso Istanbul”,il suo nuovo film tratto dall’omonimo romanzo da lui pubblicato nel 2013. In questa intervista ci spiega come mai ha deciso di fare delle sue pagine una pellicola cinematografica e come è stato ritornare nella sua madre patria: la Turchia. Nato ad Istanbul nel 1959, solo all’età di vent’anni Ferzan si trasferisce in Italia, contro il volere del padre, per proseguire gli studi universitari alla Sapienza di Roma. Il cinema è sempre stata la sua grande passione, e dopo anni di gavetta al seguito di grandi registi, Ozpetek debutta nel 1997 con il film “Il bagno turco”, opera che ottiene un grande successo di pubblico e mette subito in chiaro di che stoffa è fatto il regista emergente. Con l’Italia è amore a prima vista, e infatti decide di diventare addirittura cittadino italiano, mantenendo pur sempre salde le sue radici turche. Ritroviamo questo melting pot in tutte le sue produzioni, diventato ormai il suo tratto distintivo, sempre attento e pronto a dar voce a tutte le realtà ed ai protagonisti del nostro mondo contemporaneo. La nostalgia è una delle emozioni costanti in “Rosso Istanbul”... “Sì, ho scritto il film, insieme a Gianni Romoli e Valia Santella, come fosse un doppio viaggio: emotivo e razionale, interrogandomi sulla natura profonda - e spesso nascosta a tutti - delle emozioni e dei sentimenti che venivano a galla confrontandomi per la prima volta con una materia narrativa che era il mio ritorno a casa. Quasi alla ricerca di un me stesso che credevo dimenticato e che invece spuntava da ogni angolo di questa città, da ogni sguardo dei personaggi, da ogni loro parola, anche quelle non dette." È stata quindi una grande emozione tornare in città… -taglio- “Durante le riprese del film mi sembrava di perdere continuamente questa città, la sentivo come sfumare nell'incertezza di un'aria pesante e inquieta. Ma forse non era la città, ero io stesso che mi stavo perdendo. E l'unico modo perché questo non avvenisse era quello di interrogarmi continuamente sui ‘come’ e sui ‘perché’ di tutto quello che mi era successo e che stavo trasformando nella storia di un altro, di tanti altri. Solo così potevo fare ‘Rosso Istanbul’: tentando di non fare solo il mio film, ma il film di tutti coloro che hanno vissuto questa città e che nonostante tutto continuano a tenerla viva. Solo così questo film assume un valore del tutto speciale per me." Ha scelto un cast di attori esclusivamente turchi. Come mai? “Perché solo chi ha vissuto la realtà turca ed in particolare la città di Istanbul può capire come interpretare il proprio ruolo e questa storia!” Lei in questo film si interroga sul suo rapporto con la Turchia. Al contrario, però, si è mai interrogato sul suo rapporto con l’Italia? “L’Italia è la mia seconda casa. Il mio rapporto con questo paese è come quello di due innamorati ai primi mesi insieme! Nella mia geografia emotiva convivono Italia e Turchia, e si è ritagliata il suo particolare spazio la città di Lecce. A parte questi luoghi, non mi piace spostarmi. Viaggio molto per il cinema: da una parte è entusiasmante seguire il tuo film che esce in Paesi stranieri, dall’altra diventa una fatica enorme. Anche se faccio delle vacanze, non sono mai contento. L’ultima è stata in Brasile: ero sempre in ansia, volevo tornare a casa. Solo una volta rientrato a Roma, il Brasile mi è sembrata un’esperienza stupenda.” Le sue due culture convivono pacificamente, ma prima di questa quiete ha conosciuto anche lo scontro tra realtà e popoli differenti... “Purtroppo sì. In terza elementare la maestra maltrattò una mia compagna di classe parlando malissimo degli armeni e dei greci. Lei, armena, tornò a casa in lacrime. Io ero gasatissimo e approfittai per rinfacciare a mia madre certe commissioni che sbrigavo a casa dei vicini greci: ‘Loro sono i nostri nemici e tu mi ci mandi lo stesso’. Lei non proferì verbo e il giorno dopo, quando il bidello bussò alla porta per convocare me, la maestra e la mia compagna in presidenza, la incontrai nuovamente a scuola. Era un’altra persona, stava urlando un cazziatone alla maestra: ‘Faccio di tutto per educare i miei figli alla civiltà e non le permetto di distruggere tutto con i suoi pregiudizi’...” In Turchia ha già girato il film “Harem Suare”, come è cambiata la sua regia da allora? “Mah, il mio modo di fare film cambia, ed è cambiato perché la mia vita è cambiata. Ho preso consapevolezza di tante cose, ed è divenuto differente anche il mio punto di vista. Qualche anno fa mi sono reso conto che dovevo cambiare qualcosa nei miei film, perché non mi rappresentavano più al 100%... ed eccomi qui!” -taglio2- Nelle sue pellicole è forte la tematica dell’omosessualità, e spesso le hanno detto che forse esagera. Crede sia possibile che si sia creato una sorta di pregiudizio sui suoi film? “Certo, prenda i critici inglesi o americani, sull’argomento hanno sempre il dente avvelenato. Pretendono di essere all’avanguardia, ma sotto sotto sono conservatori. Il pregiudizio esiste ovunque. Quando dicono ‘Ozpetek insiste troppo con la tematica omosessuale’ o affrontano il mio libro titolando: ‘Amori gay a Istanbul’ mi irrito. Sul giornale avrei voluto leggere ‘Amori’. E basta. Perché l’amore è più complicato delle classificazioni. Come facevo dire in ‘Mine vaganti’: ‘Normalità è una brutta parola’. Nella vita mi sono piaciuti donne e uomini. Ho amato entrambi i sessi. Chi può escludere che avvenga ancora?” Ora però ha un compagno… “Sì, Simone. È la mia vita. Conviviamo da 16 anni, fino a qualche anno fa il matrimonio non mi interessava, poi però ho capito che entrambi avevamo il diritto di ‘essere qualcuno’ nei confronti dell’altro anche civilmente e quindi a Settembre 2016 siamo ci siamo sposati. Un’emozione incredibile!” Ha mai pensato di avere dei figli? "Sì, ci ho pensato, ma io e il mio compagno abbiamo scelto alla fine di non avere figli. Questo perché personalmente mi sento ancora ‘figlio’. E poi ho tanti nipoti: è meraviglioso fare lo zio dei figli dei miei amici!" Qual è la sua definizione della felicità? “Faccio il lavoro che ho sempre sognato, ho una storia d’amore bellissima, eppure come si fa a considerarsi del tutto sereni quando attorno a te c’è chi perde il lavoro, è malato, oppure soffre per altre ragioni? Forse la felicità deriva da brevi, meravigliose, pause d’incoscienza.”

“Potevo fare Rosso Istanbul solo tentando di fare il film di tutti coloro che hanno vissuto questa città e che, nonostante tutto, continuano a tenerla viva"


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