Fame di sapienza, fame di salvezza

di Franco Salerno

Numero 176 - Aprile 2017

Nella cultura latina la parola “fame” ha terribili significati negativi, ma anche splendide accezioni positive


Ormai è scientificamente provato: un gruppo di autorevoli ricercatori dell’Università dell’Alabama ha dimostrato che la concentrazione mentale causa all’interno del nostro corpo un senso di fame, una voglia irrefrenabile di dover mangiare qualcosa. Dunque, non solo lavorare stanca, ma anche pensare, studiare, scrivere. E naturalmente la fame è da intendere da un punto di vista non solo fisico e materiale, ma anche psicologico e spirituale. Come fame di sapere, di conoscere, di andare oltre le Colonne d’Ercole. Per comprendere questo rapporto tra fame e conoscenza possiamo provare a rintracciarlo nelle auree pagine della letteratura dell’antica Roma. Noi questo viaggio lo abbiamo fatto e ora proviamo a raccontarlo ai nostri lettori. Si potrebbe partire dal significato della parola “fame”, la quale deriva dalla radice “fa” che si trova nel verbo latino “fatiscor”, usato da Tito Lucrezio Caro, il poeta-filosofo originario forse del territorio tra Pompei e Valle del Sarno. -taglio- Quel verbo significa “venir meno”, “esser mancante”, “desiderare”. Sembrerebbe, questa, un’accezione negativa perché indica una mancanza, ma “desiderare” è il più bel vocabolo della sfera dell’Amore. Un romano, quando diceva alla persona amata “Io ti desidero”, sapeva che “desiderare” voleva dire “trahere de sideribus” , cioè “tirare giù dalle stelle” e dunque “Ti amo tanto che andrei fin sulle stelle per portarti da lassù sulla Terra tutte le bellezze dell’Universo”. Quindi “aver fame” per gli antichi significava anche “amare”. Certo, la parola “fame” venne ben presto usata come “cupidigia”, “bramosia”, “volontà di sottrarre un bene ad un altro”. Virgilio usa questo termine nella celebre frase aforismatica “l’esecranda fame dell’oro” all’interno del libro III del suo poema “Eneide”. Quest’espressione virgiliana è riferita all'uccisione di Polidoro -figlio di Priamo ed Ecuba, re e regina dei Troiani- ad opera di Polimestore, re dei Traci, al quale i genitori lo avevano affidato e al quale venne la bramosia (la “fame”)-taglio2- di impossessarsi del tesoro di Priamo che il giovane portava con sé. Il concetto di “fame” venne poi lentamente nobilitato quando significò l’ansia dello scrittore che, a costo di soffrire, porta a compimento la propria opera; lavoro, questo, che viene chiamato da Orazio “labor limae” (“il faticoso lavoro della lima”): se gli scrittori latini, continua il poeta, avessero sopportato la sofferenza della revisione dei testi, avrebbero superato in bravura e in gloria gli stessi Grandi della Grecia. I Cristiani, infine, hanno ribaltato completamente l’accezione negativa del lessema “fame”, in quanto hanno fatto di essa un vero e proprio Valore spirituale e salvifico: nelle Beatitudini (Vangelo di Matteo), infatti, si proclama: "Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati". E Cristo stesso (Vangelo di Giovanni) diventa pane, quando dice: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.





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