Enrico Mentana

Giornalisti oggi

di Manuela Marascio

Numero 177 - Maggio 2017


Nella società contemporanea, il lavoro del giornalista non è più così semplice. Per questo abbiamo chiesto al Direttore come destreggiarsi tra fake news, social media ed un linguaggio, a volte, grammaticalmente e politicamente scorretto


Il dibattito “Possiamo fidarci dei giornalisti?”, inserito all’interno di Biennale Democrazia, a Torino, ha visto Enrico Mentana confrontarsi con Mario Calabresi e Maurizio Molinari sul ruolo dei giornalisti oggi. In un momento storico in cui la veridicità delle news viene spesso messa in discussione, è importante chiedersi cosa resta della missione dei media – informare la popolazione – e in che modo difendere la professione dagli attacchi delegittimanti. Anna Masera, nuova direttrice del Master in Giornalismo Giorgio Bocca di Torino, e public editor di La Stampa, ha introdotto il dibattito riflettendo sul fenomeno della “caduta degli idoli” di cui i giornalisti oggi sono vittime. Non più l’esaltazione del reporter come figura eroica, ma la progressiva perdita della fiducia nei confronti del suo lavoro. Un processo certamente germogliato all’interno del web, calderone in cui con facilità si generano atteggiamenti “complottistici” nei confronti di produce le notizie. Il grido rivolto contro le cosiddette fake news, infatti, troppo spesso pecca di generalizzazione. E a questo si è collegata Barbara D’Amico, portavoce de Master di Giornalismo di Torino e moderatrice del dibattito, aprendo con una riflessione: secondo il Reuters Institute solo il 35% degli italiani crede affidabili i giornalisti. Un dato allarmante, che porta a meditare a fondo sul significato dell’essere giornalisti oggi e sulle modalità di approccio alla popolazione che è depositaria ultima della notizia. Il direttore di La7 Enrico Mentana, che ha sempre fatto della verità la sua grande missione, enfatizzando al massimo il rapporto tra il giornalista e il suo pubblico, ha raccontato il suo punto di vista ai lettori di Albatros Magazine. -taglio- Il giornalismo viene da sempre definito il quarto potere, cosa pensa al riguardo?

“Il quarto potere che un tempo costituiva un fondamento della democrazia, l’informazione dei media, oggi vacilla in modo preoccupante, come una colonna instabile a rischio crollo sotto il peso degli eventi. Sempre di più le parole dei professionisti diventano oggetto di dileggio o denigrazione, con un accanimento quasi perverso da parte di chi ne fruisce. E se da una parte sul web impazzano i tuttologi che elargiscono commenti e opinioni su qualsiasi argomento di pubblico dominio, dall’altra c’è chi ancora crede nella vocazione del giornalista, e ne difende il mestiere in un tempo in cui il valore prezioso delle notizie democraticamente trasmesse si ritrova in agonia.”

Qual è l’impatto di questa crisi di fiducia sul lavoro del giornalista e sul modo di fare comunicazione?

“Il giornalismo non può rincorrere i ‘gattini’, che tanto vanno di moda sui social, e le notizie facili nel web. Stiamo assistendo a un progressivo sgretolamento di ogni certezza. Se non ci rendiamo conto di cosa sta succedendo, verrà compromessa la superiorità stessa della democrazia, che, come diceva Churchill è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate finora. Si tratta di un problema di contesto. Pensiamo solo al caso Trump, che ha sfidato il mondo dell’informazione, vincendo contro i giornali pur avendoli tutti contro. Ha condotto una campagna elettorale senza mai ottenere alcun tipo di endorsement. Viene da chiedersi se l’opinione pubblica americana abbia votato proprio in odio all’establishment. Un altro esempio è dato dai fatti dell’11 settembre: dopo l’attentato, col tempo, si è messo in discussione tutto ciò che era successo quel giorno. E, da quel momento, si è diffusa l’attitudine a mettere in campo tutte le teorie alternative rispetto a qualsiasi fatto. E questo perché i giornali sul web trovano un feedback immediato.”

Può esistere una possibilità di salvezza?

“Come autocritica, posso dire che l’unica strada di salvezza è quella reputazionale. Dobbiamo scendere dalla torre d’avorio, perché il web è un luogo di confronto, ma, allo stesso, mantenere sempre il punto fermo sulle nostre -taglio2- idee. Ognuno di noi deve portare avanti una sua idea dei fatti ed essere coerente con essa. Sui social vedo che, in base ai post che pubblico, un giorno vengo accusato di essere grillino, un altro giorno renziano. Ci saranno sempre quelli che guardano il mondo in un unico modo e che si alzeranno, nel web, in difesa di questa o quella persona. Ma il dovere del giornalista resta, comunque, quello di verificare se le notizie sono giuste o sbagliate, e poi presidiarle.”

Una delle emergenze del giornalismo oggi è il linguaggio. Sembra che non siamo più in grado di utilizzare le parole giuste...

“C’è ormai un’industria politica della controfattualità sul web, parte del flusso di notizie sui social è veicolato a favore di un movimento politico. Inoltre il nostro Paese è quello che meno ha saputo introdurre le nuove generazioni nelle redazioni. Il nostro modo di raccontare la realtà ha gli occhi del Novecento. I giovani non leggono giornali e non guardano le notizie in TV, quindi il linguaggio dei giornali si adegua alla fascia del pubblico, che è la stessa di chi ora occupa le redazioni. Persistono ancora delle forti polarità novecentesche nel modo di proporre la realtà. I giovani non possono pensare in uno stile antico, ma allo stesso tempo vengono confinati in sala d’aspetto, perché l’industria dell’informazione ha oggi molti problemi di bilancio. Questo ha causato l’impossibilità di assumere i giovani. Ad ogni modo i giornali devono avere un proprio timbro, un proprio modo di intendere e vedere le cose. Tutte le testate dovrebbero essere l’una diversa dall’altra. È sempre stato chiaro che ogni giornalista viene giudicato in base a come riesce a fare un prodotto che sia solo suo. E guai ai giornali che non hanno almeno due o tre notizie originali, esclusive. Se avvenisse il contrario, sarebbe come fare un notiziario arido. Noi dobbiamo avere in testa l’idea di realizzare un prodotto che abbia una sua impronta, un modo di essere, vedere e raccontare le cose. E anche di stupire.”

Quindi una speranza c’è ancora?

“Certamente, ma bisogna darsi da fare altrimenti continueremo a restare in questa specie di limbo.”

“Ognuno di noi deve portare avanti una sua idea dei fatti ed essere coerente con essa”


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