Caiazzo

di Yvonne Carbonaro

Numero 183 - Dicembre 2017

Un piccolo paese del casertano custode di grandi memorie e grande gastronomia


La Campania è davvero uno scrigno di tesori poco noti ai più. Sebbene negli ultimi centocinquanta anni sia stata retrocessa a regione di secondaria importanza, i suoi grandi trascorsi oscurati e il suo progresso bloccato da mala politica nazionale e locale e da malavita diffusa, i segni tracciati dalla storia insieme alle innovazioni tecnologiche e alle eccellenze della gastronomia ne tengono alto l’onore. Un esempio di quanto affermiamo è rappresentato da Caiazzo, comune di circa 5.500 abitanti in provincia di Caserta a 200 m di altitudine, circondato da uliveti che producono il pregiato olio della “Oliva Caiazzana” e dove, nei fertili campi irrigati dal Volturno, è nato il vino preferito dai Borbone, il Pallagrello. Le origini si perdono nella notte dei tempi. Resti di mura megalitiche testimoniano di un passato osco-sannita. L’eponimo ne vorrebbe il legame con la ninfa Caiatia innamoratasi del dio Volturno. -taglio- Risalgono ad epoca romana la grande cisterna di raccolta delle acque sotto la piazza centrale e reperti di masserie adibite a produzione e lavorazione di prodotto agricoli. I Longobardi vi edificarono un castello nella parte alta così da dominare la valle e tenere il controllo della “via del grano”, castello che Alfonso il Magnanimo donò a Lucrezia d’Alagno e che alla morte del re fu ripreso dal figlio Ferrante. La città aveva dato i natali a Pier delle Vigne “colui che tenne ambo le chiavi del cor di Federico”. Della sua casa non è rimasto molto ma il borgo medievale conserva la struttura originaria nel groviglio di stradette. È possibile effettuare visite guidate nel paese con la locale Pro loco. Vari palazzi gentilizi sorti nei secoli stanno a dimostrare la presenza dei signori succedutisi nel territorio, come il Palazzo Mazziotti già dei Frangipane poi dei Conti Sanseverino e quindi dei Mazziotti. Ospita oggi il Museo contadino Kere così intitolato a Cerere, dea dell’agricoltura, fondato e diretto dal dotto prof. Augusto Rossi. Molto bello e ben conservato è lo storico Palazzo Savastano con seicentesca facciata tardobarocca e affreschi del Saverino all'interno, oggi adibito a meeting e cerimonie. La Cattedrale sorge su un'area che ospitava o un tempio pagano o l’antica Basilica romana. Il suo aspetto attuale risale al 1760 ed è in stile tardo barocco. La facciata presenta due portali. All’interno è ospitato il sepolcro del patrono S. Stefano Menicino (935 –1023) che fu vescovo di Caiazzo. Il Campanile con quattro campane è stato costruito intorno al 1830. Oltre alle reliquie del patrono S. Stefano, vi si conserva il sangue di S. Pantaleone, il cui miracolo della liquefazione si verifica il 27 luglio. Durante la seconda guerra mondiale il 13 ottobre del 1943, in un casolare sul Monte Carmignano i nazisti per ordine del sottotenente della Wermacht, Wolfang Lehnigk Emden, trucidarono ventidue persone: 4 -taglio2- uomini, 7 donne, 11 bambini tra i 3 e 16 anni, prima atrocemente torturati e violentati. A differenza di quella di Marzabotto e di altre nel nord, questa strage, per la quale Benedetto Croce nel ’45 dettò una bella epigrafe, è rimasta per anni dimenticata e impunita. Finalmente nel 1993 Josepf Agnone, un italo americano di origine caiatina, dopo ricerche di anni riuscì ad individuare il boia di Caiazzo in un rispettabile imprenditore-architetto in Germania. Costui e gli altri responsabili con il processo di Santa Maria Capua Vetere furono condannati all’ergastolo, ma invano, essendo andato in prescrizione per la Cassazione tedesca il reato di strage. A eterno ricordo, però, di quell’eccidio e in nome della pace, da venti anni Caiazzo si è gemellata con Ochtendung, la città del boia. In merito all’innovazione tecnologica notevole è l’Archivio Storico nato dall’unione nel 1990 dei fondi della Biblioteca del Seminario Vescovile di Piedimonte Matese, risalente al 1696, e della Biblioteca dell’Istituto di Scienze Religiose. Negli ambienti, recentemente restaurati e organizzati con moderni criteri di conservazione e consultazione, sono raccolte rare pergamene dal 1007 al 1887, documenti cartacei, rogiti notarili, varie cinquecentine e seicentine oltre a volumi di storia locale e della Campania. Tutto digitalizzato e consultabile a distanza, mentre in loco una (LIM) lavagna interattiva multimediale a forma di grande tavolo consente ottimi approfondimenti con finalità didattiche. Un accenno alla gastronomia locale impone di ricordare la pizzeria “Pepe in grani” considerata dai critici gastronomi quella in cui si degusta in assoluto la migliore pizza napoletana. Ciò suona un po’ strano a chi è solito consumare la pizza a Napoli, va detto però che all’assaggio si ha il piacere di provare un felice connubio di impasto leggerissimo e di ingredienti di alta qualità.





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