40 anni di laurea

di Alfredo Salucci

numero 178 - Giugno 2017

Cari lettori, i quarant’anni di laurea sono i miei. Il 13 maggio l’Ordine dei Medici di Salerno mi ha conferito una medaglia d’oro e una pergamena per aver raggiunto questa meta.


È stato un momento anche emozionate. Ho rivisto tanti colleghi, con cui avevo condiviso il corso di laurea, alcuni completamente irriconoscibili. Mi sono reso conto che veramente erano trascorsi tanti anni e, magari molti pensavano di me quello che io stessi pensando di loro. Comunque è stata una bella giornata, non tutti riescono a raggiungere questo traguardo. Mentre aspettavo il mio turno per ritirare medaglia e diploma mi sono ritornati in mente tanti momenti della mia attività di medico tanti lieti e belli, qualcuno purtroppo meno bello. Come medico vorresti ridare la salute a tutti, anche a quelli che non possono più, per tante ragioni, sperarla. Infatti, non è così; e lungo il trascorre di quattro decenni di attività ci sono anche ricordi che non vorresti avere. Fra i tanti, pochi sono rimasti indelebili, anche se non rammento il nome del paziente e quando sono capitati questi eventi, il fatto, però, è rimasto chiaro nella mia mente, come se fosse capitato ieri e non tanti anni fa. -taglio- Una sera, alle ore 20.00, monto di guardia in medicina e, come mia abitudine, faccio un giro per tutte le stanze di degenza per verificare che fosse tutto a posto. Nell’ultima stanza del reparto uomini, noto un gruppo di persone vicino a un letto. Non potevano stare in reparto a quell’ora, mi avvicino con discrezione, saluto e, prima di invitarli a uscire, osservo il paziente ricoverato. Era un vecchietto che respirava appena. Mi recai in infermeria e lessi la cartella. Mi resi conto che la patologia era importante, a parte l’età. Gli infermieri, intanto, mi comunicarono che da giorni i colleghi medici avevano fatto tutto il possibile, ma che la situazione, nonostante ciò, non era migliorata. I familiari erano consapevoli del fatto, per questo li avevano lasciati ad assistere il congiunto anche in un orario in cui non dovevano esserci. Ritornati in camera e visitai il vecchietto, mi resi conto che la situazione era proprio come descritto in cartella e raccontata dagli infermieri. Stavo per desistere, in fondo non potevo fare altro. Ritornai ancora nella stanza. I familiari, ormai consapevoli della situazione grave, mi guardavano con un certo interesse. Uno di loro, era il figlio maggiore, mi avvicinò e disse che era stato perfettamente informato delle condizioni del padre, quasi a dire, di non preoccuparmi. Tornai in infermeria e sistemai la terapia, aggiunsi qualcosa che nemmeno ricordo più. -taglio2- I familiari mi ringraziarono comunque per l’interessamento. Salutai e avvisai gli infermieri di tenermi costantemente informato. Tornai a rivedere il vecchietto verso mezzanotte, non era cambiato niente. Rifeci le solite raccomandazioni agli infermieri e mi allontanai. Fino alle cinque del mattino fui continuamente impegnato fra i reparti e le consulenze in pronto soccorso, tanto che avevo quasi dimenticato il vecchietto dell’ultima stanza del reparto di medicina. Quando ricordai la cosa, mi avviavi subito in medicina uomini. Intanto, non ero stato chiamato dagli infermieri, e questo, in ogni caso deponeva bene. Imboccato il corridoio, fui sorpreso che non ci fosse nessun familiare, forse erano andati via. Giunto nella stanza con grande sorpresa vidi il vecchietto seduto sul letto che mangiava una zuppa di latte. I familiari mi corsero incontro per ringraziarmi, qualcuno piangeva, una figlia mi chiese se fosse stato un miracolo, non sapendo cosa rispondere dissi di sì. Dopo tanti anni ho incontrato il figlio maggiore di quel vecchietto, e mi ha riferito che il papà era sopravvissuto, dopo quell’evento, altri cinque anni; in pratica, aveva superato i novant’anni. Mi ringraziò ancora e mi chiese se quello del padre poteva considerarsi un miracolo. Lo guardai, e ancora una volta risposi di sì.





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